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Resettare e ripartite: dal ‘tabù’ Indian Wells (senza Vagnozzi) inizia la rincorsa di Sinner

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“Cercherò di uscire dalla mia comfort zone, magari anche perdendo qualche partita, ma cercando di essere più imprevedibile”. Per quanto sembrino attualissime, queste parole di Jannik Sinner non sono recenti. Risalgono alla conferenza stampa post finale dello US Open, persa in quattro set contro Alcaraz, uno che ti costringe a “uscire dalla tua comfort zone”. Però finché qualcuno prova a fare qualcosa di diverso continuando a vincere, pochi si accorgono del cambiamento. Ma quando arriva qualche scivolone inatteso, ecco che iniziano a sorgere dubbi, critiche e polemiche.

Gli scivoloni inattesi di Sinner nel 2026 sono state le sconfitte con Djokovic a Melbourne e Mensik a Doha. Due contro cui è più che lecito perdere, ma anche due contro cui non ci si aspettava che Jannik perdesse. Più sali verso l’alto e più fa male ogni discesa, specie sei molto più abituato a salire che a scendere. Sinner ci ha abituato troppo bene, ma da tempo aveva già messo in conto di poter perdere un po’ spesso più del solito – il solito per lui sono 12 sconfitte negli ultimi due anni, media esatta di una ogni due mesi. È quindi probabile che sia meno sorpreso lui dei suoi tifosi di questo inizio di stagione poco brillante (e lo ha ammesso lui stesso dopo la sconfitta in Qatar, parlando di un ‘piccolo down’).

L’obiettivo del 2025, Wimbledon, è stato raggiunto. L’obettivo del 2026, il Roland Garros, è in lavorazione. Le sconfitte però non fanno mai piacere, anche se preventivate. Parigi è ancora lontana, ma per arrivarci tirato a lucido Sinner ha bisogno di ritrovare una fiducia che a tratti è sembrata un po’ smarrita. Forse in se stesso, forse nel suo tennis meno prepotente del solito, forse in un team che per la prima volta sembra avere qualche dubbio in più e qualche risposta in meno.

L’indiscrezione che arriva dalla Gazzetta dello Sport, intanto, è che a Indian Wells non ci sarà Simone Vagnozzi (volerà direttamente a Miami), nell’ottica dell’ormai consolidato turnover con Darren Cahill, assente a Doha ma più che mai presente in California, raggiunta da Sinner dal Qatar la notte dopo la sconfitta con Mensik, senza neanche passare da casa.

Proprio da lì Jannik cercherà di ritrovare il feeling con il successo, in uno dei pochi grandi tornei che non lo ha ancora mai visto giocarsi un titolo. Un titolo che, all’altezza di marzo, negli ultimi tre anni era sempre già arrivato (Montpellier nel 2023, Australian Open nel 2024 e 2025, Rotterdam 2024); ma questi sono pensieri che sicuramente Sinner non fa. Piuttosto, marzo e aprile saranno due mesi in cui Jannik potrà “andare a caccia” – adattando ancora le sue parole post US Open – visto che non avrà punti da difendere. Il distacco da Alcaraz è notevole (oltre 3000 punti), ma l’azzurro non potrà che aggiungerne ai suoi attuali 10400.

Lo spagnolo – pure lui con tanto da guadagnare a marzo – è già certo di arrivare sulla terra con il n. 1 in cassaforte, iniziando a Montecarlo la sua 66esima settimana in vetta, le stesse di Sinner. Ma il traguardo è lontano e la maratona è appena iniziata. Fermarsi non è un’opzione, rallentare sì. Bisogna imparare a gestire le cadute, resettare e ripartire, ciò che Sinner ha sempre dimostrato di saper fare con la maturità del campione.

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