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Acapulco senza carne: il Mexican Open cambia menù per scongiurare incubo doping

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Ad Acapulco, quest’anno, il piatto forte non sarà una bistecca. E non per una scelta etica o gastronomica, ma per una questione molto più delicata nel tennis contemporaneo: l’antidoping. Il Mexican Open 2026 ha deciso di non servire carne nel ristorante dedicato ai giocatori, una misura precauzionale pensata per ridurre al minimo il rischio di contaminazioni da sostanze proibite.

La notizia, circolata attraverso un documento interno destinato agli atleti del circuito, segna un punto di svolta simbolico e pratico in quel di Acapulco: anche ciò che finisce nel piatto può fare la differenza tra una stagione regolare e un incubo giudiziario e mediatico.

Un torneo senza carne: la scelta di Acapulco

Nel documento diffuso ai giocatori, gli organizzatori spiegano che il torneo fornirà opzioni proteiche di alta qualità che non includono carne per minimizzare il rischio di contaminazione con sostanze vietate. Non una rinuncia nutrizionale, ma una ridefinizione dell’offerta: spazio a pesce, uova, latticini e proteine vegetali come legumi e derivati.

Una decisione che nasce da timori concreti. Un portavoce dell’ATP Tour ha spiegato che le preoccupazioni legate alla carne proveniente da alcune aree geografiche hanno portato a questa misura preventiva, pensata per proteggere i giocatori da violazioni antidoping involontarie e preservare l’integrità del torneo.

Il tema non è nuovo. La World Anti-Doping Agency (WADA) ha più volte segnalato come in Paesi come Messico (dove si svolge il torneo di Acapulco) e Colombia alcuni steroidi anabolizzanti vengano utilizzati nell’allevamento bovino, con possibili effetti sulla catena alimentare. Il tennis, in quanto sport olimpico, segue il codice WADA: ciò che accade fuori dal campo può avere conseguenze dirette sulla carriera.

I precedenti che hanno acceso l’allarme

Negli ultimi anni, la contaminazione alimentare è diventata una delle linee difensive più discusse nei procedimenti antidoping. Nel 2025 l’International Tennis Integrity Agency ha stabilito che il brasiliano Nicolas Zanellato non avesse colpa né negligenza per una positività al boldenone, attribuita al consumo di carne contaminata durante un torneo in Colombia.

Vicenda diversa quella della britannica Tara Moore: positiva a boldenone e nandrolone dopo un torneo nello stesso Paese, era stata inizialmente scagionata, ma il Court of Arbitration for Sport ha ribaltato la decisione imponendo una squalifica di quattro anni fino al 2028. La stessa Moore ha poi definito il sistema antidoping “rotto”.

Sono episodi che pesano e che spiegano perché oggi il rischio alimentare sia diventato una variabile concreta nella vita dei professionisti.

Nutrizione e prevenzione: il tennis cambia approccio

La decisione del Mexican Open non è solo logistica: è culturale. Significa riconoscere che il rischio zero non esiste, ma può essere gestito. E che, in un circuito globale come quello del tennis, anche l’alimentazione entra nel perimetro della performance e della tutela dell’atleta.

Non è un dettaglio. Nell’edizione 2025 del torneo, tre teste di serie di primo piano, Casper Ruud, Holger Rune e Tommy Paul, furono costrette al ritiro per malori, pur senza registrare positività a sostanze proibite.

Il torneo, al via il 23 febbraio con Tomas Machac campione in carica, si presenta così con un approccio dietetico controllato e rigido: meno carne, più controllo = meno rischio, più prevenzione.

Il segnale al circuito

In filigrana, la scelta di Acapulco manda un messaggio chiaro: l’antidoping non si combatte solo nei laboratori, ma anche nelle cucine. Il confine tra tutela e fatalità resta sottile, ma la direzione è evidente. Il tennis moderno vive anche di queste contraddizioni: pretende rigore assoluto dagli atleti e, allo stesso tempo, deve proteggerli da variabili spesso fuori dal loro controllo. In questo equilibrio fragile, anche un menù può diventare materia sportiva.

Perché oggi, nel circuito, non conta soltanto cosa succede in campo. Conta cosa si mangia, dove e con quali garanzie. E ad Acapulco, per una settimana, la risposta sarà semplice: niente carne. Una scelta che racconta molto più di un torneo ma che è l’emblema della paura di un incubo che aleggia sul tennis.

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