ATP Buenos Aires, Berrettini: “Competere è diverso da giocare. Il tennis mi piace di più rispetto a prima”
Nonostante la prematura uscita di scena negli ottavi di finale dell’ATP 250 di Buenos Aires per mano del ceco Vit Kopriva, Matteo Berrettini non perde la bussola. L’azzurro, apparso comprensibilmente lontano dalla condizione ottimale, nell’immediato post-gara ha analizzato con estrema lucidità il momento che sta attraversando, tra la ruggine accumulata per l’inattività e una nuova consapevolezza interiore.
Berrettini: il rientro e la gestione fisica
Il primo pensiero di Matteo va alla complessità del rientro nel circuito dopo i lunghi stop che ne hanno martoriato le ultime stagioni. Non è solo una questione di colpi, ma di ritmo agonistico: “Ho giocato due gare, che è sempre meglio che giocarne una. Non è mai facile riprendersi da un infortunio e non è facile iniziare l’anno. Il problema, oggi, non era il livello del mio tennis. Mi sentivo abbastanza bene. Non è mai facile tornare e competere è diverso da giocare. E oggi un po’ l’ho notato. Ho bisogno di giocare più partite per ritrovare il mio livello migliore”.
La consapevolezza che la “forma partita” sia un pianeta diverso dall’allenamento è un tema ricorrente nelle parole del romano, che predica calma: “Mentalmente non è facile. Bisogna avere pazienza. Sapevo già che tornare e giocare il mio miglior tennis non sarebbe stato possibile. Ho dato il massimo. Adesso ho bisogno di riposarmi un po’. Dopo quasi tre mesi, giocare due partite consecutive non è facile. E adesso voglio riflettere un po’ su Rio”.
Il calore argentino e le radici latine
Nonostante il risultato negativo, Berrettini ha voluto sottolineare il legame speciale con il pubblico argentino, ritrovato dopo oltre un decennio dalle sue prime esperienze giovanili: “Mi è piaciuta molto l’atmosfera che ho respirato qui a Buenos Aires. Per me era la prima volta e spero che non sia l’ultima. Noi italiani, in un certo senso, siamo anche latini. Lo vediamo ogni volta che veniamo a giocare qui, sentiamo come le persone mettano cuore e anima in tutto ciò che fanno. Non venivo in Argentina da quando ho giocato a Córdoba a 17 anni. Ho adorato l’atmosfera, mi sarebbe piaciuto giocare più partite ma devo accettare quello che è successo”.
Il “Rinascimento” italiano: l’effetto traino
In un tour che cambia rapidamente e che impone trasferte massacranti tra Australia e Sud America, Berrettini ha analizzato anche il momento d’oro del tennis tricolore, sottolineando come la coesione del gruppo sia il vero segreto del successo azzurro: “Penso che gli italiani abbiano sempre avuto giovani molto forti che poi, arrivati nel tour, sono andati incontro a qualche problema. Adesso le cose sono cambiate: quando ci sono tanti giocatori di buon livello, ci si aiuta l’uno con l’altro e si migliora. Ci si allena insieme. Io, personalmente, mi sono allenato con Jannik (Sinner, ndr.), con Lorenzo (Musetti, ndr.). Ci siamo allenati anche con gli altri e questo aiuta a migliorarci. È stato importante anche il lavoro svolto dalla federazione negli ultimi anni”.
Una nuova maturità per Berrettini
Infine, Berrettini ha aperto una finestra sulla sua evoluzione personale. A 29 anni (quasi 30), la sua percezione è cambiata: meno pressione, più piacere nel giocare a tennis, senza fronzoli. “Sono arrivato ad un punto della mia carriera differente rispetto a quando avevo 22, 23 anni. Adesso so come vanno le cose all’interno del tour. Penso che il tennis, adesso, mi piaccia un po’ di più rispetto a qualche anno fa. Gli anni passano ed è diverso. Ti concentri su cose differenti rispetto a prima. A volte non è facile trovare delle motivazioni. Devi essere tu stesso a trovarle. Bisogna cercare di godersela il più possibile, anche perché so già che non potrò giocare a tennis, a questi livelli, per tutta la vita”

