Flavio Cobolli e le partenze lente: un deja-vu di cui conosciamo il finale
Ci sono stagioni che iniziano in salita e altre che sembrano non voler partire mai; quella di Flavio Cobolli, almeno fin qui, appartiene alla seconda categoria. Non è un processo alle intenzioni di quello che potrebbe essere da qui in avanti, né una bocciatura: è una fotografia. E la fotografia dice che il romano, oggi numero 20 del mondo, sta attraversando un momento complicato, fatto di sconfitte, di fiducia intermittente e di risultati che non arrivano.
A Dallas, ultima della serie, la sua partecipazione dura appena 54 minuti: 6-2 6-2 incassato dal qualificato Jack Pinnington Jones, numero 181 del ranking, sul veloce indoor del Ford Center at The Star. Un ko netto, difficile da interpretare in chiave tecnica se non dentro una cornice più ampia. Anche perché l’inglese era già stato battuto da Cobolli a Wimbledon, segno che il problema non è ovviamente l’avversario, ma il momento, lo stato di forma e di fiducia che fatica ad arrivare, nonostante ci siano i presupposti per fare bene sull’onda lunga della stagione passata, chiusa fino alla vittoria in Coppa Davis.
In questo avvio di stagione l’azzurro ha vinto una sola partita, con Wawrinka in United Cup: poi le eliminazioni al primo turno in Australia, tra crampi e difficoltà fisiche, quella a Montpellier contro Luca Nardi, che ritroveremo più avanti nel racconto, e adesso Dallas. Il dato, però, non è nuovo. Anzi: è quasi un copione già visto.
Il precedente del 2025 e il peso delle aspettative
Nel 2025 Cobolli partì peggio di così: otto sconfitte nelle prime nove partite, l’unico sorriso contro Spizzirri al Challenger di Phoenix e una continuità ritrovata soltanto con il ritorno sulla terra rossa, a Bucarest. Da lì la stagione cambiò volto: titolo in Romania, successo ad Amburgo, quarti di finale a Wimbledon e, soprattutto, il trionfo in Coppa Davis. Un percorso che racconta meglio di qualsiasi analisi il valore del giocatore e la sua capacità di ribaltare l’inerzia.
Il filo rosso, ovviamente legato alla terra, sembra evidente: Cobolli fatica a ingranare, è un diesel, uno che ha bisogno di tempo, partite e ritmo per entrare davvero dentro la stagione. Quando ci riesce, però, il salto di qualità è netto, e forse proprio qui sta il punto: da quando Flavio è diventato Cobolli, cioè un top 20 stabile, il peso delle aspettative si è alzato e le partenze lente si notano di più: prima erano fisiologiche, oggi sembrano un problema.
Non è solo una questione tecnica. È mentale, emotiva, di posizionamento nel circuito. Essere numero 20 significa non sorprendere più nessuno, ma essere studiato, atteso, affrontato con un piano preciso dagli avversari che ormai conoscono e analizzano ogni dettaglio. Significa entrare in campo con l’etichetta del favorito anche quando la forma non è quella dei giorni migliori e significa, soprattutto, dover imparare a gestire le fasi di passaggio, quelle in cui il ranking resta alto ma le certezze vacillano. La fortuna, in questo caso, è che il ranking resta quello che è: pochi punti da difendere, poco da perdere.
Un passaggio già attraversato, aspettando la svolta
La sconfitta con Pinnington Jones, in questo senso, è un segnale più che un campanello d’allarme e non perché ridimensioni il percorso di Cobolli, ma perché lo riporta dentro una dimensione già conosciuta fatta di lavoro quotidiano, di partite che si sporcano (e dove se non sulla terra…), della ricerca di fiducia. È un passaggio che nel 2025 ha saputo attraversare, trasformandolo nel trampolino di lancio per una delle stagioni più significative della sua carriera.
Oggi siamo di nuovo lì. Un Cobolli in difficoltà, fuori al primo turno in Australia, battuto da Nardi (rieccolo) a Montpellier e travolto a Dallas da un qualificato, ma anche un Cobolli che, appena dodici mesi fa, partiva nello stesso modo per poi chiudere l’anno tra titoli, Slam e Davis. La differenza, forse, sta proprio nella prospettiva: allora era un emergente, oggi è una realtà, e le realtà, nel tennis, non si giudicano a febbraio: si giudicano su un arco più lungo, sulle capacità di adattarsi, di resistere, di tornare.
Per questo la sensazione è che non sia il momento di preoccuparsi, ma di osservare. Cobolli ha già dimostrato di saper uscire da queste situazioni, di sapersi ricostruire mentre la stagione scorre: è probabile che abbia bisogno di superficie, di continuità, di quella terra rossa che lo scorso anno gli ha restituito fiducia e identità. È probabile, soprattutto, che abbia bisogno di tempo.
Perché il punto centrale non è se si riprenderà, ovvio che lo farà, ma quando. E la storia recente suggerisce che, prima o poi, accadrà, perché Cobolli, quando trova ritmo, cambia passo. E quando cambia passo diventa un giocatore capace di spostare davvero il suo livello. Fino alla top 20.

