De Minaur e la crisi dopo la sfida con Musetti: “Sono stato male. Auguro a me stesso una carriera senza rimpianti”
Alex de Minaur pare avere sempre la discrezione dell’ultimo arrivato, di chi ha paura di disturbare in una festa che, in realtà, è anche sua. Perché da un paio di stagioni l’australiano si è iscritto con pieno merito al circolo dei migliori 10 giocatori al mondo. La conferma la si rintraccia nelle due qualificazioni consecutive per le ATP Finals e nel best ranking alla posizione numero 6, dove si trova attualmente.
Eppure qualcosa nella carriera di de Minaur sembra rimanere in sospeso. La continuità, divenuta cifra identitaria del tennista di Sydney, spesso deve fare i conti con una realtà in cui essere costanti non è più sufficiente per tagliare determinati traguardi. Nelle due edizioni delle Finals a cui ha preso parte, Alex solamente in un’occasione è uscito vincitore in sette partite disputate. Se nel 2024 ha concluso il round robin senza neppure una vittoria, lo scorso anno il successo su Taylor Fritz gli ha regalato la semifinale, poi persa contro Jannik Sinner.
“Il fatto di non riuscire a fare il passo successivo ti frustra ancora di più”
In un’intervista rilasciata a “The Age”, l’australiano si sofferma su una partita in particolare giocata a Torino, quella con Lorenzo Musetti, perché sente che può rappresentare bene le pecche della sua carriera – l’azzurro l’ha spuntata in tre set con una prestazione stoica.
“È stato un momento molto difficile, perché ho dovuto fare i conti non solo con la sconfitta, ma anche con il modo in cui è arrivata” ricorda de Minaur. Nella sua mente sono ancora vive le occasioni mancate, soprattutto nel terzo set, quando ha vanificato un vantaggio di 5-3. “Per quanto bene abbia giocato durante tutto l’anno, ci sono partite e situazioni in cui devo migliorare per arrivare a quel livello e sono inciampato in un torneo piuttosto importante”.
Una sconfitta che, confessa Alex, lo ha fatto sprofondare in momento difficile: “Penso che probabilmente sia più difficile da gestire quando sai quanto sei vicino, quando lo vedi a portata di mano, ma in qualche modo non riesci ad arrivarci. Il fatto di non riuscire a fare quel passo successivo ti frustra ancora di più”.
Una delusione poi esorcizzata dalla vittoria su Fritz: “Contro avversari della top 10 ho avuto molte battaglie combattute che però non sono andate a mio favore, quindi quella vittoria è stata più di ogni altra cosa un po’ di sollievo, il fatto che finalmente fosse andata dalla mia parte e che potessi in qualche modo andare avanti. Ci saranno sempre dei rimpianti, ma questo ha reso tutto un po’ più facile da digerire”.
De Minaur: “Prendermi cura di me stesso mi aiuta anche in campo. Mi auguro una carriera senza rimpianti”
Durante tutta la chiacchierata, de Minaur riprende più volte il concetto del “fare un passo in più”. Lavorare e provare a limare ulteriori dettagli sono gli obiettivi concreti che si pone quotidianamente. Con il focus sempre centrato sul futuro, si guarda indietro per rintracciare il momento in cui tutto è iniziato. Alex aveva 12 anni e la speranza che da decisioni difficili potesse nascere qualcosa di speciale.
“Oggi vediamo che i tennisti si sviluppano in modi diversi. C’è il college come opzione molto valida e concreta, e sempre più giocatori passano attraverso questo sistema, avendo questo tipo di rete di sicurezza, ma allo stesso tempo potendo svilupparsi per due o quattro anni e poi entrare nel circuito professionistico. Per me, quella decisione presa a 12 anni è stata ovviamente una scelta che ha cambiato la vita. Una scelta che non ho dato per scontata in alcun modo e, anzi, che mi ha aiutato a diventare la persona che sono oggi. Da quel momento in poi, il mio compito è stato diventare il miglior tennista possibile e fare tutto ciò che era in mio potere per raggiungere quell’obiettivo”.
De Minaur: “Sono uno dei miei critici più severi”
14 anni dopo, l’australiano si sente ancora quel ragazzino con un sogno e con la voglia di migliorare giorno dopo giorno. “C’è ancora quella spinta incessante a migliorare e a tirare fuori il massimo da me stesso” confessa. “Credo fermamente che una delle ragioni per cui riesco ancora a migliorare e a dare di più sia proprio il fatto di essere uno dei miei critici più severi. Mi aspetto il massimo da me stesso e voglio spingermi fino a non poter più”. Nonostante quella sottile vena di perenne insoddisfazione, Alex si emoziona pensando a quel bambino che ha dedicato la vita al tennis: “C’è però quella linea sottile, quella di fermarsi un attimo e pensare a come quel ragazzo di 12 anni che ha preso quella decisione sarebbe probabilmente molto felice ora”.
“Voglio essere sicuro di aver dato tutto me stesso”
De Minaur ha smesso di porsi obiettivi a lungo termine. L’unico augurio che fa a se stesso è di regalarsi una carriera senza rimpianti. “Voglio essere sicuro che, quando finirò la mia carriera, potrò sedermi sul divano e sapere semplicemente di aver dato tutto me stesso. Questo è l’aspetto più importante: sapere di non aver lasciato nulla di intentato. In definitiva, è quella linea sottile che è difficile da gestire, tra spingersi oltre e allo stesso tempo godersi il percorso o concedersi ogni tanto una pacca sulla spalla”.
Alex non ha timore di raccontare le sue difficoltà a razionalizzare tutto ciò che gli sta accadendo. Nel bene e nel male. La fame di successi rischia di offuscare le vittorie quotidiane. E in uno sport come il tennis, in cui ogni settimana si perde, perché a vincere è sempre e solo uno, può rappresentare un problema a livello psicologico. Piano piano, tuttavia, sta cambiato prospettiva, cercando di allontanare la mente dal tennis quando il calendario tennistico glielo consente. Un supporto fondamentale arriva dalla futura moglie Katie Boulter, che conosce in prima persona quelle sensazioni ambivalenti che uno sport totalizzante come il loro può scatenare.
“Con Katie cerchiamo di fare qualcosa che ci faccia sentire come esseri umani normali”
“Quello che abbiamo fatto negli ultimi anni è che, ogni volta che siamo nello stesso torneo, facciamo uno sforzo consapevole per cercare di staccare un po’, facendo cose come una passeggiata, trovare un bar per un caffè, fare shopping, esplorare – qualsiasi cosa ci faccia sentire come esseri umani “normali”. Questo ci ha davvero aiutato in quel senso, perché possiamo concederci una piccola fuga e allo stesso tempo non sentirci mentalmente esausti come accadrebbe se l’unica cosa a cui pensassimo 24 ore su 24 fosse il tennis”.
Parlando della stagione fitta di appuntamenti, sottolinea come, a suo avviso, il problema maggiore sia la mancanza di una vera e propria off-season, perché quelle poche settimane senza tornei ufficiali si dividono tra pochissime vacanze e la preparazione in vista dell’anno nuovo.
Sebbene abbia imparato ad essere più gentile con sé stesso, il numero 6 del mondo rimane severo quando si auto giudica, anche se si riconosce un grande pregio: “La fame di voler migliorare, di vincere la partita, di vincere la battaglia. E alla fine, la mia unica regola ogni volta che entro in campo è che posso avere una buona giornata, posso avere una brutta giornata, ma l’inequivocabile è competere dal primo punto all’ultimo e creare quel tipo di persona o aura. […] Ecco perché sono fiero della mia costanza: presentarmi ogni singolo giorno, ogni singola settimana, e dare il massimo per essere quel tipo di persona che non ha troppe giornate storte”.
De Minaur: “Voglio fare del mio meglio per ispirare la prossima generazione”
Nonostante sia cresciuto in Spagna, il legame con l’Australia è talmente forte che de Minaur si è tatuato il numero 109, perché è stato il 109esimo giocatore a rappresentare la nazionale oceanica in Coppa Davis. Quando era più piccolo guardava con occhi sognanti i match della competizione a squadre e non ha mai smesso di sperare di poter vestire quei colori un giorno. Oggi i ruoli si sono ribaltati e il pensiero di essere un punto di riferimento per i più giovani è un motivo di orgoglio.
“Io penso che, una volta, anch’io ero un bambino, guardavo tutti questi giocatori con ammirazione e sono stato fortunato a ricevere così tanto aiuto da giovane. Per me, questo è di gran lunga la cosa più importante: fare del mio meglio per ispirare la prossima generazione. È qualcosa a cui tengo moltissimo, ed è il motivo principale per cui abbiamo creato la Alex de Minaur Foundation, così da poter aiutare e finanziare i ragazzi nel perseguire i loro sogni nel tennis, non solo dal punto di vista economico, ma anche permettendo loro di confrontarsi con un professionista, capire cosa serve per arrivare e passare del tempo insieme. Quei momenti sono semplicemente inestimabili. Il calendario non potrebbe essere più fitto, ma questa è una mia priorità”.
“La cosa più importante è il cambiamento di mentalità”
L’esempio che Alex vuole restituire è la perseveranza nei momenti difficili. Continuare a provarci nonostante le sconfitte e l’idea ormai diffusa che, contro i top 5, il suo tennis completo non sia comunque sufficiente a garantirgli il successo – nonostante le accortezze tecniche che va aggiungendo di stagione in stagione. Non nasconde di aver sofferto questa situazione e di essersi affidato a uno psicologo per placare i brutti pensieri che attanagliavano la sua mente.
“Tutte queste dinamiche avvengono in sottofondo, ma credo davvero che la cosa più importante sia un cambiamento di mentalità. Conosco il colpevole. So cosa mi abbatte – cosa mi influenza in quei momenti – ed è dare troppa importanza al risultato. Devo smettere di attribuire così tanto peso al risultato. Devo arrivare a uno stato mentale in cui mi concentro esclusivamente sul mio piano di gioco e non permetto che quel piano cambi o si modifichi in base al risultato. Questo è l’aspetto cruciale, ed è proprio ciò che i migliori giocatori del mondo riescono a fare così bene”.
De Minaur: “Io un moderno Ferrer? Solo i critici hanno da ridire sulla sua carriera”
Infine, su quel paragone che lo vorrebbe un moderno David Ferrer, confessa: “Sono molto sicuro che David Ferrer possa sedersi sul suo divano, guardare alla sua carriera e sentirsi soddisfatto. Certo, avrebbe voluto vincere uno Slam, come tutti noi, ma ha tirato fuori il massimo da se stesso. E le uniche persone che hanno qualcosa da ridire sulla sua carriera sono i critici. A me non importa cosa pensano gli altri della mia carriera, finché sono soddisfatto di ciò che ho realizzato. Le persone avranno sempre opinioni, e io le ascolto – le sento, così come il rumore esterno – ma a questo punto della mia carriera lo uso solo come motivazione. Ci aggiungo carburante al fuoco, e poi, quando avrò finito, potrò sedermi sul divano e sapere che non c’è stato potenziale o talento sprecato”.

