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Sebastian Korda: talento maledetto o maledetto talento?

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Sebastian Korda è nato per giocare a tennis. D’altronde se tuo padre, Petr, è stato n.2 al mondo, e tua madre Regina Rajchrtova n.26, difficile intraprendere altre strade. Certo, le sue due sorelle sono campionesse di golf, ma Sebi, nato nel 2000, ha sempre preferito le racchette sin dalla più tenera età. La madre in particolare ha spinto il classe 2000 ad intraprendere questa strada. E, nonostante sia nel circuito da anni, va ricordato come Korda abbia in effetti soltanto 24 anni (25 da compiere il 5 luglio) e una sfilza apparentemente infinita di delusioni e promesse mancate. Perché l’impressione, sin dai primi passi mossi nel 2020, è sempre stata che nel ragazzo scorresse tennis fluido e di qualità, ai livelli, se non addirittura superiore, di Petr Korda. Ma, a quasi 5 anni di distanza dal suo primo exploit, stiamo raccontando una storia diversa.

La grande illusione

Dopo la vittoria all’Australian Open junior nel 2018, Korda sale per la prima volta alla ribalta delle cronache nell’autunno del 2020. Nell’atmosfera da impero in declino del Roland Garros d’ottobre il giovane americano, appena 20enne, scrive un primo importante pezzo di storia: ottavi di finale da n.213 al mondo, partito dalle qualificazioni. Belle vittorie su Seppi, Isner e Martinez prima di fermarsi al cospetto del Signore della terra, Rafa Nadal. “Rafa è il mio più grande idolo”, disse prima di affrontarlo, “una delle ragioni per cui gioco a tennis. Da lui ho preso la mentalità di non mollare mai. Quando sono in campo cerco di essere come lui. Ho chiamato anche il mio gatto Rafa. Questo la dice lunga su quanto lo adori”. Sebi perse nettamente quella partita, ma sfruttò quel torneo per tuffarsi a pieno nel mondo dei grandi.

Qualche mese dopo, il primo febbraio 2021, entrò per la prima volta in top 100 da numero 88. Sembrava solo l’inizio, visto che dal mese di luglio di quattro anni fa si stabilizzò in top 50 diventandone un ospite fisso, con una breve uscita solo a cavallo dell’estate del 2022. L’ottimo servizio, il gioco a volo di primo livello (con una bella mano del padre e di Radek Stepanek) e la fluidità nei colpi a rimbalzo hanno reso sin da subito Sebi un giocatore di primo livello. Con una chiara visione: sarebbe arrivato in alto. L’attinenza a pressoché tutte le superfici, le vittorie brillanti, i quarti a Miami 2021, primi in un 1000, sembravano solo l’antipasto a quello che sarebbe stato un lauto pranzo.

E le parole “voglio vincere almeno due Slam, così da averne uno più di mio padre” suonavano come una carica. Oggi suonano quasi come vuoti proclami, e quell’antipasto sembra essere “Una poltrona per due” su Italia 1 la sera della Vigilia di Natale. Se ne farebbe volentieri a meno, ma è lì, e uno sguardo si finisce sempre per darglielo. Come se ci si aspettasse una sorpresa da un copione trito e ritrito. La sola differenza è che Korda ha fornito qualche variazioe sul tema.

Una versione ingiocabile di Sebastian Korda

Il 2024 di Sebastian Korda: finalmente l’arrivo o una finta rinascita?

Sembra passata già un’eternità, ma non è trascorso neanche un anno da quando Sebi ha fatto registrare il proprio best ranking come n.15 del mondo. Era il 12 agosto 2024, veniva dal titolo più importante della carriera nel 500 di Washington e dalla seconda semifinale 1000 (dopo Shanghai 2023) in quel di Montreal. Sembrava che finalmente i pianeti fossero pronti ad allinearsi, vista anche la seconda vittoria in carriera contro un top 5 (Zverev) in tre set di grande tennis in terra canadese. Ma il talento, per quanto grande, ha sempre bisogno di una mano, fisica e mentale.

Il fisico punisce Korda, tenendolo fuori per tutto il resto della stagione 2024 post US Open. Per quanto riguarda l’aspetto mentale, è sempre stato il grande cruccio, il vero ostacolo ad una completa affermazione. Perché, parlando puramente di tennis, il ceco importato a Bradenton è senza dubbio una delle stelle più fulgide della sua generazione. Quasi gioca da fermo alle volte, lasciando andare il braccio con una scioltezza e serenità che appartengono solo ai grandi.

Per quanto però i problemi fisici siano un chiaro alibi per il rallentamento degli ultimi mesi e alcuni stop, non possono essere eletti a giustificazione di una carriera a livelli ancor più alti (essere da più di un anno sempre in top 30 è comunque sintomo di buona statura) che stenta a decollare. E il quarto di finale a Miami, quarto in un 1000, ha ribadito alcune lacune che sembrano precludere ad ora sogni più grandi. E che queste riflessioni vengano dopo il suo miglior risultato negli ultimi 8 mesi è un serio campanello d’allarme.

Il talento di Sebastian Korda: consapevolezza o superficialità?

Il talento non è soltanto la facilità di gioco o il mettere a referto punti spettacolari. Il termine giusto in questi casi è “classe. Il talento potrebbe più attenere a giocare bene i punti importanti, alzare il livello quando conta. In parole povere, ciò che separa i campioni dai buoni giocatori. Al contempo, è innegabile come il braccio di Sebastian Korda appartenga ad un giocatore dotato di classe, o di talento che dir si voglia. Un braccio spesso definito fatato. E non a torto.

Ma la fotografia della maggior parte dei problemi dell’attuale n.24 al mondo risiede nella partita persa contro Novak Djokovic. Avanti di un break nel secondo set, 5-3 30-30, in controllo della situazione, lo ha poi perso al tie-break, perdendo anche la partita. E già nel turno precedente contro Monfils ha dovuto ringraziare un avversario stanco, vincendo una partita di puro braccio, con la testa già negli spogliatoi. Il problema non è lo specchiarsi troppo, come Shapovalov, né avere il non vincere giocando male, come Alcaraz (rispetto al quale è chiaramente qualche gradino più giù). Il vero problema sembra l’incapacità di incanalare la fluidità del braccio e la sensibilità del tocco, oltre all’ottimo servizio, in una concentrazione tale che gli consenta di giocare con costanza ad un certo livello.

Una delle migliori partite di Korda (persa)

Non di rado Korda quasi appare distratto, annoiato da ciò che lo circonda. Qui sorge il dubbio: talento maledetto o maledetto talento? Un talento maledetto è spesso riferito a un giocatore particolarmente dotato che, per un motivo o per un altro, non mantiene le promesse che aveva generato su sé stesso. Motivazioni dovute spesso alla sfortuna. Maledetto talento sembra quasi un rivolgersi ad un’entità superiore, a maledire l’aver ricevuto in dote la possibilità di fare grandi cose senza il giusto spirito per portarle a termine. Come se dovesse esserci una colpa esterna nel non riuscire a migliorare.

Il momento di diventare grandi

Il caso di Sebastian Korda sembra rientrare in questa categoria. Un grande talento e un’investitura prematura sin da subito lo hanno reso il centro di tante attenzioni, tanti titoli…e finora pochi risultati. Il quarto in Australia nel 2023 e la grande vittoria su Medvedev, le due semifinali 1000, la bella partita con Djokovic ad Adelaide. Ci sono frammenti di gloria in un mare di delusioni e sconfitte non accettabili. Di quelle in cui davvero la voglia si smarrisce e prende il sopravvento quasi una sopita nobiltà che impedisce di sporcarsi le mani.

Gli anni sono quasi 25, un best ranking al n.15 è un bel biglietto da visita, ma appare ancora poco, specie se unito a solo un quarto di finale Slam. Se fisicamente riuscirà a non avere problemi per un buon lasso temporale, Korda avrà tutto nelle sue mani. O meglio nella sua testa. Maturare, capire quando basta il minimo e quando dare il massimo. Assegnare un peso ai punti e giocare su quella base, senza strafare. Per non vivere di rimpianti ma per creare soddisfazioni. Il tennis c’è, tocca accendere la luce.

Alessandra Amoroso cantava qualche anno fa: “Forse domani cadremo in piedi come dici tu. E allora so che davvero ci speravi, senza i rimpianti da non rimpiangere più. E forse domani rinizieremo senza coordinate. Sopra una stella a volare senza mani”. Meglio delusioni che rimpianti, e per evitare che uno benedetto dal talento diventi un talento maledetto.

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