È d’aiuto essere dei “figli d’arte”? Emanuel Ivanisevic vince il suo primo match pro
Imbattersi nei figli d’arte dello sport – non nascondiamoci – fa sempre uno strano effetto. Dapprima ne confrontiamo la fisionomia, le somiglianze, ed eventuali tratti del gioco (o dello stile in generale) che richiamano inequivocabilmente alla leggendarie figure paterne, simboli di un’epoca di una determinata disciplina. Basti pensare all’esordio in formula uno di Mick Schumacher, primogenito del più amato e vincente pilota della scuderia di Maranello, Michael; oppure all’attaccante azzurro Federico Chiesa – figlio di papà Enrico – e trascinatore assoluto della Nazionale tricolore di calcio nei campionati europei del ‘2020.
Il “piccolo” Emanuel, figlio del grande Goran
Dopo questo breve volo pindarico interdisciplinare, è il momento di parlare del giovanissimo Emanuel Ivanisevic – dal cognome avrete già intuito che tipo di DNA scorre nelle vene del diciassettenne croato – figlio dell’ex numero due del mondo e coach, Goran Ivanisevic. Il classe 2007, discendente dall’iconico mancino di Spalato, si è già messo in mostra nel tennis che conta, ottenendo la prima vittoria a livello “pro” in singolare nell’ITF di Opatija, in Croazia appunto. Mentre il giovanissimo Emanuel si accinge a muovere i suoi primi passi nei tornei di fama mondiale, tanti altri “figli d’arte”, da tempo convivono nel Tour con ingombranti cognomi “sulle spalle”, e con delle pressioni da sopportare non sempre edificanti per la loro crescita.
Chi sono i figli d’arte nel tennis?
Il caso che meglio si aggancia a questo concetto è quello di Leo Borg, figlio di Bjorn, uno degli atleti più leggendari della storia del tennis. il ventunenne Leo, debuttante tra i professionisti nel 2020, ha faticato parecchio ad emergere in questi anni e a scalare le classifiche (attuale numero 492 del ranking) probabilmente dovuto alle difficoltà nel creare un’identità propria in quanto “Leo” e non come “Figlio di Bjorn Borg”, che pesa parecchio solo a sentirlo pronunciare. Chi invece non ha patito il confronto con la figura genitoriale – anche se, in questo caso parecchio meno ingombrante – è Sascha Zverev. Il padre, Aleksandr Michajlovic – suo attuale coach – rappresentò l’Unione Sovietica in Coppa Davis, ma si fermò soltanto alla 175esima posizione come best ranking. Un vero e proprio successo, dunque, la carriera dei due figli Sascha e Mischa, andati ampiamente più lontano rispetto ad Aleksander Zverev Senior, che tutt’ora segue il numero due del ranking per tutte le tappe del globo, ancora a secco del tanto agognato Grand Slam.
La lista dei “figli d’arte” attualmente impegnati nel circuito si allunga, e parecchio. A i nomi di Casper Ruud, Stefanos Tsitsipas, Taylor Fritz e Sebastian Korda – tutti e quattro discendenti da ex giocatori del Tour – si sono aggiunti recentemente anche gli azzurri Flavio Cobolli e Federico Cinà. Quest’ultimo, “esploso” in quel di Miami grazie alla vittoria ottenuta su Francisco Comesana, ha seguito sin da bambino le orme del padre Francesco, numero 427 del ranking nel lontano 1995, poi diventato coach della leggenda italiana Roberta Vinci. Per il piccolo “Flavietto”, invece, il percorso è stato diverso. In bilico tra il mondo del calcio e quello tennistico sino all’età di tredici anni, ha poi definitivamente preso la racchetta in mano, emulando il padre Stefano, ex numero 236 del mondo, raggiunto nel 2003.
Insomma, essere figli d’arte ha i suoi pro e i suoi contro. Per alcuni una “condanna”, per altri una scorciatoia per sfondare nel mondo della pelosa pallina gialla. Tutto è relativo.