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Martina Trevisan: “Sono la stessa Martina di prima. Spesso il destino degli atleti è terribile”-

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Se il tennis maschile italiano vede in Matteo Berrettini il suo punto di riferimento, il lato delle signore ha il nome e il cognome di Martina Trevisan, che al Roland Garros ci ha riportato dopo quasi 7 anni una semifinale Slam, risalendo dal punto più basso, combattendo problemi anche più gravi della racchetta. E ne parla, con entusiasmo e anche un po’ di orgoglio, in una lunga intervista rilasciata a Sportweek, mostrando come nonostante i successi e le prime pagine sappia rimanere sempre umile: “Sinceramente, sono la stessa Martina di prima. Ovviamente avere raggiunto la semifinale al Roland Garros mi ha dato tanta fiducia e nuova consapevolezza delle mie qualità. Ma siccome ritengo il risultato un punto di partenza e non certo di arrivo, credo che lavorerò ancor più duramente; la pressione è un problema che non mi pongo. Il mio è stato un percorso graduale di crescita che non è ancora concluso, sono ambiziosa ma per continuare a inseguire i miei sogni devo rimanere concentrata su quello che faccio. Con una parte del milione e centomila euro guadagnato a Parigi, ho rafforzato il mio staff. Perché senza di loro non sarei mai arrivata fin qui“.

Martina, inoltre, è una ragazza cresciuta a pane e tennis, con la madre insegnante e il fratello addirittura n.1 al mondo juniores, un predestinato (“non ho mai vissuto una rivalità sportiva con lui, quando è diventato il primo giocatore del mondo a livello giovanile, io cominciavo ad accusare i primi malesseri. Quindi tra le cause non c’era la rivalità con lui, anzi le sue vittorie erano una delle poche cose che mi davano conforto“); ma, soprattutto ha dovuto combattere con un mostro come l’anoressia da ragazza: “Avevo perso la visione di cosa volesse dire essere una ragazza di 15 anni con le sue emozioni, la sua sensibilità, i suoi sogni quotidiani fuori dallo sport. Ero diventata un piccolo automa che doveva pensare solo al tennis. Il destino degli atleti spesso è terribile: non ci viene concesso di essere normali, viviamo in una dimensione in cui siamo entità senza un’età e senza sentimenti“.

Oggi spesso capita che i giocatori esprimano pubblicamente i loro disagi psicologici(vedi Osaka) per sfogarsi o anche per mettere in guardia gli altri da demoni realmente gravi come questi sanno essere, e viene sollevato chiaramente anche quest’argomento con una persona forte come Trevisan: “Ognuno ha un suo percorso personale che va rispettato e ognuno decide come esternare le sue sensibilità. Io l’ho fatto per me stessa, perché sentivo che il nuovo percorso intrapreso aveva bisogno che mi lasciassi alle spalle definitivamente quei brutti momenti. Ho avuto anche il coraggio di farmi aiutare, e forse questo è il messaggio più importante: non affrontate certi demoni da soli. E se qualcuno ha ricavato dalla mia storia la forza di uscire dal baratro, ne sono orgogliosa“.

Nella parte finale Martina parla di quanto le piacesse Amelie Mauresmo, attuale direttrice del Roland Garros, e si parla anche della questione tennis maschile più catalizzante del femminile: “Parlando del maggior appeal del maschile Amelie si riferiva alla presenza di match femminili nella sessione serale, quella più seguita: del resto, se hai un match tra Nadal e Djokovic, non si tratta di una semplice partita di tennis, ma di qualcosa che va oltre. Stiamo parlando di leggende, qualunque altra partita si scolora, in confronto. Ma nella mia semifinale contro la Gauff, il Centrale era pieno, quindi non vedo contrapposizioni feroci. Il tennis femminile ha un problema di autopromozione, ma è una questione che riguarda le istituzioni del nostro sport. Io mi limito all’aspetto tecnico: si diceva che ormai il gioco si fosse uniformato, che contassero solo il fisico e la potenza, e invece ti esce una Swiatek che ha un formidabile senso dell’anticipo e variazioni di ritmo fenomenali. Forse sarebbe opportuno guardare più ai risultati che al marketing. Le sorelle Williams e la Sharapova sono personaggi inimitabili e leggendari, ma lo sono diventate perché erano fortissime a giocare a tennis“.

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