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Il team Benussi e la vela da 250 kg gettata in mare alla Barcolana: “Scelta inevitabile”

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TRIESTE Se la boa numero 1 del percorso di regata della Barcolana è paragonabile alla prima curva del Gran Premio di Montecarlo, Arca Sgr che perde una vela in mare è come una macchina di Formula Uno a cui si stacca una ruota, con il pilota che riesce comunque a tenerla in pista. Dieci minuti dopo il colpo di cannone di Barcolana 54, il maxi di 100 piedi (30 metri di lunghezza) timonato da Furio Benussi naviga a tutta velocità e sta sorpassando Deep Blue di Wendy Schmidt, una barca di 5 metri più piccola, ma partita decisamente meglio e, quindi, in prima posizione.

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Le due barche sono appaiate, è una scena di per sé già avvincente che non meriterebbe un ritocco al copione. Invece, arriva il colpo di scena: improvvisamente, il tamburo con il quale la vela di prua di Arca Sgr è fissata sul bompresso, si stacca e vola verso poppa come un ufo. Finirebbe per planare sul piazzale del castello di Miramare, se non fosse attaccato alla vela, la quale inizia a sventolare a poppa della barca come un bandierone. Alessio Razeto, che a bordo ricopre il ruolo di tailer, ha la scotta in mano. «Ho sentito un colpo pazzesco e ho visto partire il tamburo - racconta -. Peccato, quella era la vela che ci serviva per vincere, era perfetta per l’angolo con il quale stavamo navigando e ci stava permettendo di portare fuori rotta Deep Blue nell’approccio alla boa, che avremmo girato in testa». Tecnicamente, la vela in questione è un Code Zero. «È una vela da competizione pura, unica nel panorama delle regate italiane». Razeto la conosce molto bene, perché oltre che velista è anche velaio della North Sails, quindi l’ha vista progettare e costruire. Ha una superficie di 610 metri quadri (quasi due campi e mezzo da tennis affiancati) e solo di tessuto pesa 180 chili, ma con tutta l’attrezzatura, come è finita in mare, ne pesa 250. È realizzata al 90% in carbonio e ha un costo superiore ai 200.000 euro.

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«Quando il tamburo della vela si è staccato dal bompresso, abbiamo rischiato di far venire giù l’albero a causa dei carichi molto alti a cui era sollecitato, decisamente superiori a quelli per cui è stato progettato per restare in piedi - racconta Furio Benussi -. Abbiamo dovuto tagliare tutto e lasciare la vela in acqua per questioni di sicurezza».

Al momento del distacco del tamburo dal bompresso, c’era un vento che era calato a 12 nodi d’intensità, rispetto ai 25 della partenza. Arca Sgr, quindi, non stava navigando con una superficie velica troppo ampia. «Eravamo in assoluta tranquillità e speravamo nell’arrivo di qualche raffica più consistente per accelerare - racconta Lorenzo Bressani -. Questi sono incidenti che capitano, soprattutto su queste barche da regata che hanno un’attrezzatura sempre dimensionata al limite. Il problema, in una regata così corta, è che quando un pezzo si rompe ti taglia fuori dai giochi». Eppure, i tempi di reazione dell’equipaggio sono stati molto rapidi: «Prima ancora di abbandonare la vela in mare, ne avevamo già issata un’altra a prua e ci siamo presentati alla boa alla pari con Deep Blue. Però, a quel punto loro erano all’interno e con la precedenza, quindi hanno girato per primi e per noi è diventato impossibile superarli».

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A tagliare la scotta che ha separato la vela da Arca Sgr è stato Stefano Spangaro: «Potevo farlo solo io, perché in barca porto sempre un coltello nuovo. La scotta è molto buona, ha un diametro di 14 millimetri e resiste a un carico di 14.000 chili. L’ho tagliata a un metro dalla vela, perché costa parecchi soldi. Così, la possiamo riutilizzare». Abbandonare la vela in acqua era inevitabile? «È stata l’unica decisione da prendere, per evitare danni ben più gravi, non solo alla barca. Il tamburo pesa 10 chili e quando brandeggia a quella velocità, se colpisce una persona, l’ammazza».

Una volta abbandonata in mare, la vela è stata recuperata dal mezzo di supporto di Arca Sgr. «Abbiamo capito subito che la vela sarebbe stata lasciata in mare e la nostra prima preoccupazione è stata segnalarla alle barche che stavano sopraggiungendo», racconta Stefano Bareggi, responsabile della comunicazione del Fast and Furio Sailing Team. «Tranne che per il colore, era un iceberg. Insieme a Moreno Gostisa, driver del gommone, Alberto Lucchi e Giovanni Tesei, che lavorano alle foto e ai video di Arca Sgr, abbiamo impiegato mezz’ora per tirarla a bordo. A faticare c’era anche Fabio Pozzo, giornalista de La Stampa».

Tutto bene quel che finisce bene? Non per Gašper Vinčec, skipper di Way of Life, quarto classificato, vero nemico (sportivo) di Furio Benussi, che ha presentato una protesta contro Arca Sgr, poi rigettata ieri dalla Giuria. «Arca Sgr doveva tornare indietro e recuperare la vela, non la poteva lasciare in acqua. Se non la squalificano, allora non ha più senso venire alla Barcolana, dove evidentemente si regata con regole che valgono solo a Trieste», aveva dichiarato nelle prime ore dopo la conclusione della regata.

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