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Zan, anima e memoria del rugby eporediese: «Una disciplina che ti dà amici per sempre»

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IVREA.Per decifrare l’universo del rugby bastano tre passaggi: recuperare su RaiPlay la sfida tra Italia e Inghilterra dello scorso 7 marzo al Torneo Sei Nazioni, immergersi nelle pagine di Nigel Owens — fischietto gallese tra i più iconici della storia — e, infine, sedersi a parlare con Gianfranco Zanlorenzi, a Ivrea.

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ZAN PER TUTTI

Per tutti è semplicemente Zan, l'anima e la memoria storica del rugby eporediese. Classe 1956, Zanlorenzi è il custode di uno sport che affonda le radici in un’epoca in cui il rugby era un atto di ribellione silenziosa e di fatica purissima. Il viaggio di Zan inizia a 15 anni a Chiaverano, su un prato-palude con il fango alle caviglie e pali improvvisati. «Ho iniziato a giocare a rugby verso i 15 anni e da allora non ho più smesso, dividendomi tra il campo e la panchina» esordisce. Il suo legame con la palla ovale nasce quasi per caso: «Frequentavo la terza media quando un amico mi propose di seguirlo per scoprire una nuova disciplina. Una volta arrivato a Bienca, mi misero in mano quella palla dalla forma insolita. Ricordo di aver chiesto, quasi spaesato: "E ora cosa devo fare?". La risposta fu di una semplicità disarmante: "Nulla di complicato: prendi la palla, corri oltre quella linea e non farti catturare. E se vuoi fermare gli avversari, bloccali per le gambe”».

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CORREVA L’ANNO 1975

E con la squadra di Bienca inizia l’avventura. La leggenda narra di una memorabile partita nella primavera del 1975 contro il CusTorino, conclusa sciacquandosi nel fosso vicino perché a casa la madre, contraria a quello sport "bruto", non aveva acceso il boiler. Erano i tempi della squadra delle The Wasp, con le maglie gialle e nere fondata da un americano che viveva a Burolo, John Rama. Zan approda all’Ivrea Rugby a 17 anni, debuttando in prima squadra accanto a una colonna come Diego "Mama" Santi, il gigante buono a cui oggi è intitolato il campo di viale Biella, nel quartiere San Giovanni. «Giocavo seconda linea con lui – spiega – è stato un personaggio fondamentale per la crescita del club. Lo chiamavamo Mama perché era quello che aiutava un po’ tutti». Dopo una parentesi lontano dai campi per motivi di lavoro, il richiamo dell'ovale torna prepotente. Nei primi anni ’80 a Rueglio viene messa su una squadra di rugby e Gianfranco non perde il treno: arruolato di diritto nella squadra del leggendario Pietro Lupato. È il periodo degli sponsor come l’Olivetti, della Sicheri mobili e delle divise a scacchi giallo blu. Ma è anche il periodo in cui Zanlorenzi si dedica alla sua grande passione: allenare i bambini e le bambine.

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MASSIMA QUOTIDIANA

Nigel Owens ha spesso dichiarato: «Il rugby non ti insegna solo a vincere, ti insegna a rispettare le regole, l'avversario e te stesso». Una massima che Zanlorenzi ha tradotto in pratica quotidiana nelle scuole eporediesi, promuovendo il rugby come strumento pedagogico. I ricordi quasi lo sommergono. «Sono più che altro ricordi del dopo allenamento – confida con emozione Zanlorenzi – questi terzi tempi che noi facevamo frequentemente dopo gli allenamenti creano un’amicizia che te la porti dietro nel tempo».

Ma è negli anni '90 che la figura di Zanlorenzi evolve da combattente della mischia a guida tecnica. Nel 1995, dopo un infortunio alla clavicola, i dirigenti gli affidano la prima squadra. Sotto la sua ala, il club consolida la propria struttura, navigando con orgoglio tra la serie C1 e le soglie della B, ma soprattutto gettando le basi per un vivaio che è oggi il vanto della società.

L’ULTIMA SFIDA

L'ultima grande sfida di Zan è il settore femminile. Intorno al 2018, intuisce il potenziale educativo delle ragazze, portandole a competere a livello nazionale. «Secondo me il rugby femminile da qualche cosa in più alle società – afferma Zanlorenzi – perché nell’immaginario il rugby è solo uno sport maschile. Invece in campo troviamo ragazze preparate, che sanno combattere e non si tirano indietro. Penso sempre che queste ragazze siano le future mamme, le future professoresse e magari riusciranno a trasmettere i valori del rugby». Oggi il suo impegno continua con il progetto itinerante delle Fenici, una realtà multi-club che vede in Ivrea il suo porto sicuro. Da questo fertile terreno è nata un’eccellenza come Elisa Palizza, arrivata fino alla maglia azzurra della Nazionale. E se Owens ricordava al mediano di mischia Tobias Botes che si lamentava eccessivamente che "questo non è il calcio", Zan ribadisce che il terzo tempo e il fair play sono i pilastri che sorreggono l'intero movimento. A quasi settant’ anni, Gianfranco Zanlorenzi non ha intenzione di lasciare il campo. È un pezzo di Ivrea. La sua missione rimane la formazione dei giovani. Perché, come insegna la mischia, nessuno può andare avanti se non ha qualcuno dietro pronto a sostenerlo. «Mi capita quando vado in giro di incontrare dei giocatori di squadre avversarie e che ancora ci salutiamo come grandi amici anche se magari sono anni che non ci vediamo più – conclude quasi commosso Zan –. Parliamo di uno sport che richiede dedizione, non è da dopolavoro, ma ti dà la capacità di essere amico e di avere amici per sempre». —

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