Quando il rugby azzurro sfidò l’apartheid
In piena apartheid, mentre a Città del Capo comandava col pugno di ferro Balthazar Johannes Vorster, un suprematista bianco di estrema destra e Nelson Mandela languiva in carcere, un pugno di ragazzi italiani che giocava a rugby osò sfidare l'odioso regime sudafricano, aprendo una breccia nel muro apparentemente indistruttibile della segregazione razziale. Massimo Calandri, inviato di Repubblica, racconta la storia - semisconosciuta - di quell'avventurosa e dissacrante tournée, che doveva essere solo sportiva ma finì con l'assumere anche connotazioni politiche - un po' come sarebbe accaduto tre anni dopo alla squadra azzurra di Davis che a Santiago sfidò e sconfisse il Cile sotto il tallone di Pinochet, portando per la prima volta la celebre insalatiera in Italia - con «Non puoi fidarti di gente così» (Mondadori), libro per il quale è già stato insignito del Bancarella Sport Panathlon e del Premio Coni (mentre domani a Pavia riceverà il Milo'ld 2025).
Il contesto storico: sport e resistenza al regime
Era il 1973. Il Sudafrica del voto riservato ai bianchi, dei neri repressi e confinati nei ghetti, della violenta e feroce repressione di ogni opposizione, era messo al bando, nello sport come nelle organizzazioni internazionali. Nessuna federazione di rugby voleva mandare laggiù la sua nazionale, non gli inglesi, nè gli scozzesi. Si fecero avanti gli italiani. Ma con cautela e con distinguo, a patto che non si definissero "nazionale". E pretendendo di poter affrontare anche formazioni comprendenti giocatori neri (mentre gli Springbooks, la nazionale sudafricana, erano rigorosamente riservati ai soli bianchi).
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«Per la prima volta atleti bianchi e neri si affrontarono lealmente in campo»
Il nostro rugby era ancora in una dimensione quasi artigianale, lontanissimo dall'elite europea in cui sarebbe entrato molti anni dopo, partecipando al "Sei nazioni". «Pensiamo solo che quando a Swansea, in Galles, arrivarono gli All Blacks neozelandesi, lo stadio era stracolmo e la vittoria dei locali fu una festa straordinaria – spiega Calandri, che è stato lui stesso un giocatore di rugby, in serie A, con la squadra della sua Genova – in Italia, invece, quando la Rai andò a Frascati per realizzare un servizio sul rugby, non si trovarono neppure i giocatori sufficienti a formare due squadre».
L'atteggiamento rivoluzionario dei rugbisti italiani
Eppure, gli inesperti italiani, capitani da Marco Bollesan, uomo simbolo del rugby azzurro anni '70, diedero uno schiaffo in faccia ai suprematisti boeri, affrontando lealmente in campo i giocatori di colore, fino a essere portati in trionfo dal pubblico, conquistato dal loro atteggiamento. Una strana tournée, segnata anche dall'incontro con il dittatore rhodesiano Ian Smith, pilota della Raf durante la Seconda guerra mondiale, abbattuto dai tedeschi e messo in salvo da civili liguri (ai quali non rivolse neppure uno straccio di ringraziamento).
La trasferta sudafricana fu quasi ignorata dalla stampa. «Al seguito c'era un solo giornalista, Luciano Ravagnani, del Gazzettino veneto, grande appassionato di rugby». Ma il seme anti-apartheid gettato nel '73 avrebbe portato idealmente al trionfo sudafricano dei Mondiali del '95, che fu anche il trionfo di Nelson Mandela in una nazione finalmente emendata da quella vergogna.
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La presentazione del libro e il riconoscimento
«Non puoi fidarti di gente così» verrà presentato sabato 29 marzo (ore 18) alla sala dell'Annunciata di piazza Petrarca. L'autore Massimo Calandri sarà insignito del premio Milo'ld 2025 per la diffusione della cultura rugbistica; a seguire, i Bargniff Old Rugby Pavia racconteranno la recente trasferta in Irlanda.
All’autore il premio Milo’ld per la cultura rugbistica
Ecco la motivazione del premio: «La bibliografia sportiva è composta da narrazioni inerenti grandi successi, record straordinari, vittorie epiche. In questo caso viene descritta una squadra che perde quasi tutte le partite, priva di molti elementi poiché impossibilitati a partecipare per propria scelta o per impegni di lavoro, studio o familiari. Una squadra che non aveva nemmeno un nome: la Federazione rugby non voleva violare gli obblighi internazionali che imponevano di non avere rapporti col Sudafrica e non concesse l'utilizzo del termine nazionale italiana. Sono passati più di 50 anni da allora. Forse il segreto della bellezza di questo racconto è proprio questo. Libero dall'attualità e dalla retorica sportiva che esalta i successi, può finalmente parlare di uomini, luoghi, storia, emozioni. Lo schema narrativo è quello di far raccontare i protagonisti e di far emergere un mondo popolato di dittatori, futuri premi Nobel, dilettantismo, passione, leoni uccisi a mani nude, risse e fratellanza».
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