Addio al karate: la nuova vita di Sara Cardin. «Ho lasciato il tatami: ora lavoro con Malagò»
TREVISO. «Con l’agonismo penso proprio di aver chiuso, ma il karate resta il mio grande amore». È così che Sara Cardin dà l’annuncio: dopo un periodo di cambiamenti radicali, la campionessa mondiale 2014 ha deciso di non combattere più. L’atleta di Ponte di Piave ormai ha cambiato vita: dopo la mancata qualificazione alle Olimpiadi e la morte del suo coach storico, Claudio Guazzaroni, ha lasciato il tatami e ora è la segretaria di Giovanni Malagò, presidente del Coni. Ne è sicura: continuerà a vivere lo sport a cui ha dato tutto, ma lo farà in modo nuovo.
Cardin, com’è arrivata alla decisione di dire basta all’agonismo?
«Ho cercato la qualificazione alle ultime Olimpiadi, ma due infortuni in rapida sequenza e la malattia del mio coach, Claudio Guazzaroni, non mi hanno fatto raggiungere l’obiettivo. In carriera ho vinto Italiani, Europei e Mondiali, e alle prossime Olimpiadi il karate non ci sarà. In questi anni ho raccolto davvero moltissime soddisfazioni».
È una decisione facile?
«Quando è stato chiaro che non sarei riuscita ad andare a Tokyo, Claudio ha scoperto di stare molto male. Ero a pezzi. Solo due settimane da volontaria in Africa mi hanno permesso di riunirli tutti quanti».
Perchè proprio l’Africa?
«Sono testimonial della onlus “Fare x Bene”. L’estate scorsa ho contattato Giusy Laganà e le ho chiesto letteralmente di “farmi sparire in un tombino nel mondo”. Ero distrutta e non riuscivo ad aiutarmi: almeno volevo aiutare gli altri. Potevo scegliere fra Afghanistan e Zambia».
Le mancava solo l’Afghanistan in quei momenti lì…
«Proprio... In Zambia ho passato due settimane dopo aver fatto una lunga serie di vaccinazioni. Ho preso l’aereo a Roma, ho fatto scalo in Etiopia e da lì sono arrivata a Lusaka, la capitale. Ho vissuto due settimane a Bauleni, una baraccopoli da 80 mila persone alla periferia della capitale».
Com’erano le giornate?
«La mattina aiutavo con i lavori più disparati, il pomeriggio insegnavo karate. Il primo giorno avevo quattro bambine, ma è scoppiato il passaparola quando hanno scoperto di avere in paese una campionessa mondiale: il giorno dopo erano 300. Facevamo karate sulla sabbia».
Chi seguiva le lezioni?
«Le ragazzine e i ragazzini di Bauleni. Un giorno è arrivata anche la tv nazionale, qualche tempo dopo mi ha voluto incontrare il capo della comunità islamica dello Zambia. L’ho incontrato con l’interprete: da protocollo non potevo guardarlo negli occhi, ma mi ha chiesto di insegnare alle donne zambiane il karate in modo che potessero difendersi dai mariti violenti».
Qual è la gioia più grande?
«All’inizio mi chiamavano “musungu”, donna bianca. Alla fine tutti avevano imparato che mi chiamo Sara. È il segno dell’importanza di quello che avevo fatto in quei giorni».
Cos’ha imparato da quelle settimane?
«Ho capito molte cose. Non do più per scontata l’acqua corrente e la possibilità di farmi una doccia, per esempio, ma soprattutto ho visto quanto sia diversa la nostra vita dalla loro. Ho capito quanto il nostro mondo li sfrutti. Non lo vivo con un senso di colpa, ma con consapevolezza».
Poi è tornata in Italia.
«Avevo pensato di tornarci molto più tardi, ma mi sembrava quasi di scappare dai problemi. Li ho affrontati, ho accompagnato Claudio nei suoi ultimi mesi di vita. Poi mi sono trasferita a Roma».
Come mai?
«Ho iniziato a lavorare come segretaria di Malagò. Mi ha rivestito di fiducia e responsabilità, gliene sono grata. È bello lavorare con lui: è stato ed è il presidente degli atleti, sempre vicino a tutti. Gli passo 30 telefonate ogni ora, programmo giornate incredibilmente ricche di appuntamenti. Viaggia a una velocità che chiunque non sosterrebbe».
Aveva mai pensato di prendere questa strada?
«No, ma non amo restare nella mia comfort zone. Malagò mi fa fare mille cose nuove al minuto, è qualcosa di molto stimolante. Riesco a lavorare a contatto con tutto lo sport italiano, non solo col karate».
A proposito di karate, ha chiuso?
«No. Resta una parte di me, un lungo percorso ricco di vittorie e soddisfazioni. Mantengo un ottimo rapporto con la Federazione: ho insegnato a lungo karate ai bimbi di Ponte di Piave, è il percorso classico di ogni atleta. È un passo che posso fare anche in futuro, non sarà facile ma sarebbe molto bello. Malagò mi ha dato questa opportunità irripetibile: fino a fine anno lavorerò con lui, restando comunque parte dell’Esercito».
Ogni tanto non sente il richiamo del combattimento?
«Ancora mi alleno e ogni tanto combatto contro alcune ragazzine, che cercano di migliorare confrontandosi con la mia esperienza. Il karate è ancora il mio grande amore e sono pronta a qualche stage, in futuro: vedremo. Non ho più obiettivi agonistici, credo sia una parentesi chiusa: sono consapevole di aver dato tanto e di aver ricevuto tante soddisfazioni. Ora mi dedico alla mia vita, mi dedico a Sara». Niccolò Budoia

