Il sogno della Triestina hockey a rotelle, che da Barcola puntava ai trionfi nel mondo
TRIESTE La storia dell’hockey a rotelle a Trieste ricorda quelle civiltà scomparse che tanto piacciono agli archeologi. Nascono, si espandono, raggiungono l’apice e poi si avviano al tramonto.
Che nel caso dei pattinatori col bastone è stato quanto mai repentino. Pensate: un movimento che nei ‘poveri ma belli’ anni Cinquanta convogliava centinaia di ragazzini di Barcola, Gretta e Roiano intorno alla mitica pista del ferroviario di viale Miramare, e che riusciva a esprimere ben quattro squadre in serie A di cui una, la Triestina, capace di vincere 19 scudetti e raggiungere una finale di coppa dei campioni, in pochi anni si è inaridito, ha perso giocatori e spettatori ed è tristemente scomparso.
Ora di quei trionfi non resta niente. Le coppe sono finite chissà dove, spazzate via da uno dei fallimenti dell’Unione Sportiva Triestina, la società di cui l’hockey faceva parte, poche sono le foto che si possono trovare in giro e quanto al campo, la pista di cemento di viale Miramare, è stata ricoperta di erba sintetica ed è diventata un campo di calcio a cinque.
È difficile pensare oggi all’atmosfera vibrante di attesa ed eccitazione che aleggiava là intorno nelle sere estive in cui si giocavano le partite di campionato.
Si cominciava alle 21.45, la gente arrivava da Barcola, dopo un tuffo e un gelato, il massimo della vita in quegli anni in cui era ancora presente il ricordo della guerra. Nelle partite di cartello le auto occupavano come un serpentone viale Miramare da Roiano al Piccolo mondo, storico locale notturno situato poco prima del cavalcavia. Oggi è la norma, ma in quegli anni le macchine circolanti erano molto poche.
Il pubblico, dopo aver straripato dalla gradinata e dalla tribuna, si sistemava dove poteva, perfino sugli alberi, sommandosi ai portoghesi che assistevano dall’alto dopo essersi intrufolati da un allora famoso buco nella rete di Gretta. Improvviso, dagli altoparlanti, partiva un brano della Carmen: Lia, Erica, le campionesse di allora dell’Edera e del Ferroviario di pattinaggio artistico, irrompevano sulla pista esibendo tra un axel e un angelo cortissimi gonnellini che si sollevavano al vento, contribuendo al clima di eccitazione che precedeva la partita.
Uno degli artefici delle fortune della Triestina, che vinse il campionato undici volte prima della guerra e altre otto tra il 1945 e il 1967, porta il nome di Mario Cergol. Nato a Barcola nel 1911, Cergol giocò 107 volte con la nazionale italiana e allenò la Triestina dal 1951 fino alla fine degli anni Sessanta. Era lui a guidare i rossoalabardati quel 24 marzo 1968 quando l’hockey a rotelle giuliano raggiunse il suo punto più alto, con la finale della coppa dei campioni. I giocatori che scesero in campo contro i formidabili spagnoli del Reus Deportiu, Enzo Mari, Franco Cervo, capitan Pino Prinz, Roberto Pockay, Flavio Perok, Romano Martellani, Giorgio Chiandussi, erano tutti triestini.
Come lo era un giovane che in quella partita rimase in panchina, Fulvio Gon, per anni giornalista al Piccolo. Gon apre l’album dei ricordi e ripercorre i viaggi nelle città europee che per quel gruppo di ragazzi rappresentavano una emozionante scoperta. Passeggiando sulla Rambla di Barcellona Enzo Mari, il portiere famoso perché giocava con una maschera a protezione del volto che lo faceva assomigliare a Belfagor, si ferma a regalare un fiore a una ragazza e quel gesto viene immortalato sul Mundo Deportivo con tanto di apprezzamento per i romantici italiani. La partita però è tutt’altro che cavalleresca, con i tifosi catalani aggrappati alla rete che urlano di tutto ai triestini. Gon involontariamente ne colpisce uno alla testa; portato all’ospedale e medicato, quello si ripresenta più inferocito di prima.
Tutt’altro clima in Olanda, dove mentre in pista si pattina, intorno gli spettatori cenano comodamente seduti ai tavoli. E a proposito di cibo, Gon ricorda la scorpacciata mancata di ostriche a Gujan-Mestras, cittadina francese affacciata sul golfo di Biscaglia. Prima della partita non si poteva certo derogare dalla dieta e il giorno dopo il ristorante era chiuso. Sconfitti francesi e olandesi, ecco aprirsi le porte della finale, ma mentre a Parigi in quella primavera del ’68 si scriveva sui muri ‘siate realisti chiedete l’impossibile’, la Triestina hockey tornava alla realtà dopo aver sognato l’impossibile.
Troppo forti gli spagnoli. Due a zero per i blaugrana e Miramare e 6-2 nel ritorno a Barcellona. Chi poteva immaginare che dopo di allora sarebbe cominciato il declino?
Tante le cause. Le nuove regole, che impongono di giocare in impianti coperti, costringono ad abbandonare viale Miramare per il palazzetto di Chiarbola. Poi il campionato viene spostato in inverno e addio alle partite sotto i cieli stellati.
Aggiungiamoci l’arrivo degli sponsor, che aumentano il divario tra le società ricche e quelle povere, come la Triestina. Mancando i risultati, sempre meno giovani si avvicinano all’hockey. Inevitabilmente arriva la retrocessione in B e, nel 1990, una storia gloriosa giunge all’epilogo.
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