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E sono 21! Cronaca dello scudetto dello stagista

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Alla fine ce l’abbiamo fatta, abbiamo visto la luce in fondo al tunnel. Nonostante gli psicodrammi, il mercato insufficiente, la presunta inesperienza di Cristian Chivu, gli scontri diretti e chi più ne ha più ne metta. L’ Inter è campione d’ Italia per la 21esima volta, con lo scudetto che, almeno secondo chi scrive, è quello più rappresentativo dell’interismo nella sua forma più pura.

Lo chiamavano stagista

È inutile nascondersi, anche perché non ce n’è motivo: l’arrivo di Cristian Chivu, l’estate scorsa, non ha scaldato nessuno. Un arrivo anche un po’ contestato, col rifiuto di Fabregas e quasi il messaggio sottinteso che l’allenatore -ai tempi- con 13 panchine in Serie A fosse un ripiego, una terza scelta. Sicuramente, con gli occhi dell’ Italia del calcio (e non solo), un mister giovane, apparentemente inesperto e “da aspettare” non è mai visto troppo di buon occhio, soprattutto se a contendersi il titolo di Campioni d’ Italia ci sono “mostri sacri” del nostro calcio vecchio e anacronistico, come Conte e Allegri. Non è stato ben visto nemmeno da una parte della tifoseria, che ne criticava la -secondo loro- eccessiva pacatezza, i discorsi sull’ansia e sul lavoro, il fatto di non rispondere mai col fuoco al “rumore dei nemici”, se non con qualche frecciatina simpatica, che controbatte con successo ai lamenti insistenti degli avversari i quali, dall’alto dei loro privilegi fatti di mercati faraonici e grandi esperienze passate, hanno cercato ogni alibi possibile pur di non ammettere la superiorità di uno “stagista” rispetto ai santoni che descrivono i giornali.

La centralità del lavoro

Al di là di un percorso Champions da dimenticare, questo è lo scudetto del lavoro, della costanza, del credere nel valore e nei valori del proprio gruppo. Questa stagione, iniziata con i peggiori presupposti, un trauma apparentemente indelebile e lotte intestine dello spogliatoio, ci ha fatto dimenticare da dove siamo partiti. Quest’anno abbiamo visto tante facce diverse in campo, giocatori adattati pur di giocare, l’esempio calcistico del far di necessità virtù. Il vento fresco portato da Bonny e Pio Esposito, figlio calcistico di Chivu e dell’ Inter, la riscoperta di Zielinski e il fatto che ci sia stata vita sulla fascia destra nonostante l’assenza di Dumfries. Il manifesto di Chivu va oltre il calcio, è un manifesto di vita: lavorare, adattarsi, mettere da parte l’ego, non farsi divorare dall’ansia e dall’ambizione. È lo stoicismo del giovane che entra nel mondo degli adulti e si rivela il più maturo di tutti. Vi ricordate, fratelli interisti, quanto fango ha subito il nostro mister? Vi ricordate di chi ci dava quinti, sfavoriti, senza personalità, a fine ciclo, distrutti, vecchi e chi più ne ha più ne metta?

La corsa al ridimensionamento

Dopo l’inizio traballante, la sconfitta con i bianconeri di Udine e di Torino, qualche incertezza difensiva di troppo, già erano tutti lì, appollaiati, a parlare di stagione fallimentare, fare i paragoni con chi c’era prima, ipotizzando, nel caldo dell’inizio di autunno, eventuali panettoni non mangiati. Poi la squadra ha ingranato, scontri diretti a parte, ed eccoci arrivati al panettone, tra chi sbeffeggiava in conferenza cercando scuse dopo aver provocato, poco prima, con “ma chi è in testa? Napoli?!” e chi, senza remore e coerenza alcuna, titolava di Inter favorita, di inerzia post-Inzaghi, di infortuni degli altri (mentre noi rinunciavamo a Dumfries e Calhanoglu, scusate se è poco). Poi, una piccola gioia per i detrattori, l’eliminazione col Bodo, costataci una crocifissione come se avessimo l’obbligo tassativo di essere ogni anno l’unica squadra italiana ad andare oltre gli ottavi di Champions. Il campo, in Italia, ha parlato, ma no, ancora mesi e mesi di gogna verso Bastoni, elevato come nemico della patria, unico antisportivo e maggior colpevole del mondiale mancato e poi, non contenti, tutti ad affermare fantasiose combine nella stagione precedente. Geniale no? Fare “magagne” per perdere lo scudetto anche grazie a degli orrori arbitrali.

Passato, presente e futuro dell’Inter: Cristian Chivu

L’abbiamo visto piangere quando fu “costretto” a salutarci da calciatore, abbiamo visto che bel lavoro ha fatto coi nostri giovani, ora lo vediamo festeggiare e onorare i nostri colori. Chivu rappresenta tanto, forse troppo. Rappresenta il calcio dei giovani che sgomitano in una Serie A vetusta nella mente e nelle gambe. Rappresenta l’interismo e l’attaccamento alla maglia. Rappresenta il coraggio di andare davanti ai giornalisti e dire sempre e comunque ciò che si pensa, senza giochetti e senza “politichese”. Rappresenta un uomo che in quanto tale, si assume le proprie responsabilità e a volte anche quelle degli altri. Chivu ci ha regalato uno scudetto che sa di rinascita, uno scudetto che sa di Inter. Forse qualcuno dovrebbe studiare Cristian Chivu, forse tutti noi dovremmo cercare di essere, nello sport e nella vita, un po’ più come Cristian Chivu.

“Tutti pensano sia oggi il giorno in cui abbiamo vinto. Ma per noi la vittoria non è solo arrivare primi. E’ in tutto ciò che fai prima di quel momento. ”
– Cristian Chivu

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