Riforme, giovani, arbitri: le bugie e le omissioni nel dossier di Gravina sul calcio italiano, celebrato dalla stampa amica
Tanti numeri, qualche mezza verità e troppe bugie. La “relazione sullo stato di salute del calcio italiano” pubblicata dalla FederCalcio scatta una fotografia impietosa del movimento, dimenticandosi però la cosa più importante: chi l’ha ridotto così.
LA SFIDA AL GOVERNO
È l’ultimo (?) atto di Gabriele Gravina da n.1 della Figc. L’aveva preparato per l’audizione alla Camera dei Deputati che era stata convocata dopo l’eliminazione dell’Italia contro la Bosnia, e poi annullata successivamente alle dimissioni. La politica evidentemente non voleva concedere un’inutile vetrina al presidente dimissionario. Lui l’ha pubblicata lo stesso, con tono chiaramente polemico, per togliersi qualche sassolino dalla scarpa e inchiodare – nelle sue intenzioni – il governo alle sue responsabilità. A conferma che, come raccontato dal Fatto, il passo indietro è solo apparenza, Gravina non si sente affatto colpevole, ma sta continuando a brigare perché venga eletto un successore che tuteli l’attuale sistema di potere. Anche la relazione, che è stata subito celebrata dalla stampa amica, fa parte di questa strategia.
I NUMERI: FOTOGRAFIA IMPIETOSA DELLA CRISI
Nel documento ci sono innanzitutto le statistiche, la maggior parte per altro abbastanza note, che raccontano da dove viene l’ennesimo flop della nazionale. Quest’anno gli stranieri hanno giocato quasi il 70% dei minuti complessivi in Serie A, che è il 49° campionato al mondo (su 50 monitorati!) per percentuale di minuti giocati da calciatori U21 selezionabili. Tra i primi 5 campionati europei, la Serie A è ultima per dribbling a partita, metri percorsi, fattore di aggressività. Il sistema perde ancora oltre 730 milioni l’anno. Il nostro Paese è ultimo in Europa per investimenti sui settori giovanili e non figura tra le prime dieci nazioni europee per numero di stadi costruiti/ammodernati tra il 2007 e il 2024. La crisi del movimento è totale.
PARLA CHI HA PASSATO 30 ANNI IN FEDERAZIONE
Disamina perfetta, se non fosse per un piccolo dettaglio. Chi scrive questa relazione, mette in fila i numeri drammatici, non è un passante o un osservatore terzo, che può permettersi di inchiodare il pallone alle sue responsabilità. È un dirigente che ha passato 30 anni della sua vita in Federazione, gli ultimi sei da presidente con in mano il potere assoluto, forte di un consenso bulgaro del 98% con cui in teoria avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. Invece non ha fatto nulla. E la storiella per cui l’attività della Federazione sarebbe stata bloccata da veti e contro veti, dall’egoismo dei patron di Serie A o dall’inerzia della politica, è pura narrazione, strumentale all’autoassoluzione. Basta ripercorrere l’elenco dei “vincoli endogeni ed esogeni” e delle “responsabilità” con un minimo di spirito critico e memoria storica per accorgersi che il documento è zeppo di omissioni, se non proprio falsità.
BUGIE O MEZZE VERITÀ
Partiamo dalla “riforma dei campionati”, la grande promessa mancata del programma di Gravina. Lui sostiene di aver posto il tema sin dal febbraio 2020 e di essersi arenato di fronte all’opposizione delle componenti. Vero. Non spiega, però, perché non ha mai bloccato i ripescaggi in Serie C: con questo semplice provvedimento, nel pieno delle sue facoltà, nel giro di 5 anni si sarebbero tagliate 15 squadre, ottenendo la riduzione delle società professionistiche. Praticamente mezza riforma, senza necessità di alcuna riforma. Perché non è stato fatto? Forse per non scontentare Lega Pro e Dilettanti, due mondi a cui Gravina deve lo sconfinato consenso di cui ha beneficiato in questi anni? Anzi, quando se ne parlò in passato durante il commissariamento del Coni, proprio lui fece le barricate.
E che dire del mancato intervento sui campionati maggiori, con la Serie A sempre arroccata a 20 squadre e il calendario conseguentemente intasato. A parte che l’ultima proposta di Gravina era una folle riduzione delle retrocessioni, che avrebbe tolto ulteriore competitività al campionato (per fortuna si è dimesso prima di fare ulteriori danni). Ma poi Gravina avrebbe potuto andare in assemblea straordinaria e far passare il nuovo format a colpi di maggioranza, come per altro aveva minacciato di fare. Oppure rivolgersi al Coni, chiedere un commissario ad acta per riscrivere le norme (Malagò sarebbe stato felice di aiutarlo). Questo se la priorità fosse stata davvero provare a cambiare il calcio italiano. Invece si è guardato bene dal farlo, perché l’unico interesse era il proprio. Anche il diritto di veto imputato al cosiddetto emendamento Mulè, in realtà lo ha concesso lui alla Serie A: la norma del parlamentare di Forza Italia non lo conteneva, puntava a dare più peso alla Lega Calcio per scardinare l’ordine costituito. Lui invece l’ha applicata pro domo sua, con una minima redistribuzione dei voti (per tutelare la propria maggioranza), con l’unico contentino che ha finito per ingessare ulteriormente il sistema.
Sugli italiani in campo è vero che la giurisprudenza europea impedisce norme che ne impongano l’utilizzo, ma si poteva lavorare sulle liste (come avviene nel basket, o nello stesso calcio seppur in modo irrilevante). Soprattutto, la Federazione avrebbe potuto lavorare di sponda col governo per riscrivere la Legge Melandri e vincolare i ricavi dei diritti tv (soldi veri, non gli spiccioli previsti dalla normativa attuale) all’impiego di giovani italiani, o meglio ancora di giovani che contribuiscono alle nazionali. Quanto agli arbitri, Gravina attacca l’autonomia arbitrale, quando invece il problema è proprio che la Federazione l’ha completamente violata con l’imposizione di un designatore (Rocchi) gradito ai vertici politici e principale responsabile del disastro che si verifica ogni domenica su tutti i campi d’Italia.
LE SOLUZIONI DI GRAVINA
Stendiamo poi un velo pietoso sulle soluzioni individuate nel documento. Praticamente si parla solo di scommesse: prelievo sulle puntate, abolizione del diritto di pubblicità. Provvedimenti eticamente sbagliati che solo una classe dirigente mediocre e incompetente può invocare. Il capolavoro finale, poi, è il ripristino del Decreto Crescita, un ingiustificabile beneficio fiscale per i calciatori stranieri, che ha contribuito a relegare ai margini i nostri talenti. A riguardo, basta citare le parole pronunciate dallo stesso Gravina a dicembre 2023: “Io ho espresso dal primo momento una contrarietà assoluta al decreto crescita”. Ma per il peggior presidente della storia del calcio italiano vale tutto e il contrario di tutto. Questa relazione è la sua condanna. E se l’è firmata da solo.
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