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The Day After Napoli-Milan 1-0: se l’ambizione diventa un optional

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La sconfitta contro il Napoli al Maradona non è solo cronaca sportiva, ma l’ennesimo allarme che scuote la squadra. Non si può analizzare lo 0-1 finale fermandosi soltanto al tabellino o all’errore del singolo giocatore; è necessario andare alla radice del problema.
Per l’ennesima volta, la squadra mostra un atteggiamento mentale e un approccio tattico totalmente inadeguati. Assistiamo a una prestazione piatta, dove i ragazzi sembrano quasi timorosi di offendere, chiusi in un guscio di eccessiva prudenza. Esiste una differenza enorme, quasi abissale, tra il giocare a calcio e il giocare per vincere. Il primo è un esercizio tecnico che ogni professionista conosce; il secondo quel qualcosa in più che ha grande un team.

Il primo tempo, per quanto non perfetto, non è stato malissimo: un Napoli tutt’altro che irresistibile e incapace di creare veri pericoli. Il Milan, pur senza dominare, costruisce le occasioni più importanti con Pavlovic e Nkunku. Sono segnali nitidi: basterebbe poco per spostare l’inerzia del match ed è proprio qui che nasce il rimpianto più atroce.
​Nella ripresa il Milan non rientra in campo con l’idea di vincerla, ma con l’ossessione di non perderla. Contro avversari di questo livello tale timidezza diventa fatale. La squadra di Allegri abbassa il ritmo, rinuncia a osare e lascia campo a un avversario che, fino a quel momento, non aveva fatto nulla per meritare il vantaggio.
​​Il dato più preoccupante è la totale sterilità offensiva del secondo tempo: zero tiri in porta. Una rinuncia totale che non può essere giustificata dalle assenze. Qui entra in gioco la gestione della partita e, soprattutto, la mentalità. Questa mancanza di “fame” mi riporta alla mente le parole pesanti dette da Paolo Maldini qualche giorno fa: ​”Ai miei tempi il talento era importante, ma la mentalità era tutto. Disciplina, sacrificio, rispetto per lo stemma: oggi non vedo lo stesso livello di fame. Non vedo giocatori disposti a dare tutto per la maglia.” ​Parole che, alla luce della prestazione di lunedì sera pesano come un macigno. Per troppo tempo abbiamo parlato, raccontato, di progetti e sostenibilità, dimenticando che la mentalità vincente è l’unica vera cosa che conta nel calcio d’élite. Come insegna Roger Federer, avere una mentalità vincente significa non essere mai appagati. È quell’attitudine propria di giganti come Nadal, Djokovic, Merckx o, per restare ai colori rossoneri, Baresi e Maldini. È la stessa ferocia che oggi ammiriamo in Sinner o Pogacar.

​Serve ambizione. Dopo aver assistito a una Nazionale che manca i Mondiali per la terza volta consecutiva — certificando il fallimento di un intero sistema — non avevo certo bisogno di un Milan che gioca per il pareggio. ​Il coraggio lo ha avuto Conte che ha rischiato le sue poche armi dalla panchina ed è stato premiato. Il Milan, invece, sonnecchia peggio di chi ha esagerato al pranzo di Pasquetta. La sconfitta va imputata totalmente alla gestione tecnica: se giochi per vincere può capitare di pareggiare, ma se giochi per pareggiare finisce inevitabilmente che la perdi. ​E ​Arriviamo al punto fondamentale: il conflitto tra gestione sportiva ed economica.
Negli ultimi anni il successo è misurato più dai bilanci in attivo che dai trofei in bacheca. La sostenibilità è un valore, ma non può diventare l’alibi per la mediocrità. Un club come il Milan non può limitarsi a “far quadrare i conti” sperando che la qualificazione in Champions arrivi per grazia ricevuta. ​Andare in Europa con questa mentalità non serve a nulla. Lì si gioca con intensità e ritmo; non ci si può permettere di dormire per 83 minuti.
Il crollo nel girone di ritorno è evidente: se all’andata la media è di 42 punti, oggi siamo fermi a 21 e per tenere la stessa media dovrebbe vincere le rimanenti 7 partite quando nelle precedenti 12 ne ha vinte solo 6. Le sfide contro Atalanta e Juventus diventano ora snodi decisivi da affrontare con uno spirito radicalmente diverso.

​L’ambizione non si compra al mercato: si coltiva ogni giorno con il sacrificio e con la voglia feroce di non accontentarsi mai.

W Milan

Harlock

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