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Nell’ultima giornata di Serie A solo il 28% dei titolari erano italiani: la fotografia impietosa del fallimento del nostro calcio

Il calcio italiano è ripartito come se la terza bocciatura mondiale sia stata un semplice incidente di percorso e sia stata già rimossa dall’immaginario collettivo. Siamo ripartiti da dove eravamo rimasti. Soprattutto da come eravamo rimasti. Nelle dieci partite di Serie A, tra le venti formazioni titolari di partenza, abbiamo avuto 62 calciatori italiani e 158 stranieri. In termini percentuali, il 72% dei giocatori in campo non era selezionabile per la nazionale. Le gare con il maggior numero di italiani sono state SassuoloCagliari e CremoneseBologna: 9 in ciascun match. Il match più esterofilo è stato UdineseComo, con un unico rappresentante del nostro calcio: Zaniolo. È finita 0-0 e sembra uno schiaffo in faccia a chi, se potesse, tessererebbe anche magazzinieri stranieri. La squadra più italiana in partenza è stata la Cremonese: 7 su 11.

Se frughiamo tra i 62 nomi sono, o sono stati, nel giro della nazionale Berardi e Pinamonti (Sassuolo), Caprile, Palestra e Folorunsho (Cagliari), Gagliardini (Verona), Kean, Ranieri e Fagioli (Fiorentina), Maldini e Romagnoli (Lazio), Zerbin (Cremonese), Bernardeschi (Bologna), Acerbi, Bastoni, Dimarco e Barella (Inter), Mancini, Cristante, Pellegrini e Pisilli (Roma), Carnesecchi, Scalvini e Zappacosta (Atalanta), Perin, Cambiaso, Locatelli (Juventus), Buongiorno e Spinazzola (Napoli). Totale, 29, ai quali bisogna aggiungere quelli di stanza all’estero: Donnarumma (Manchester City), Calafiori (Arsenal), Tonali (Newcastle), Retegui (Al-Qadisiya), Coppola (Paris FC). Chiesa (Liverpool), lasciando il ritiro azzurro durante i playoff, si è escluso da solo.

Si arriva a quota 34, ma se consideriamo che alcuni nomi sono ormai fuori dal giro (Gagliardini, Romagnoli, Zerbin, Folorunsho, Perin, Pinamonti, Zappacosta, Acerbi, Berardi, Pellegrini), in alcuni casi anche per limiti di età, si scende a 24. Chi guida la nazionale deve pescare in questo mare e tolte alcune eccezioni la qualità, nel contesto internazionale, appare limitata. Basta fare un confronto con Spagna, Argentina, Brasile, Francia, Germania, Norvegia, Portogallo e Inghilterra per capire i nostri limiti.

I gol italiani in questo 31° turno di serie A sono stati 11 su 23. Dove ancora il nostro calcio si difende, almeno in termini quantitativi, è nel settore degli allenatori: gli stranieri sono 5, un quarto del totale. È interessante notare come tra i club di fascia alta, solo l’Inter (Chivu) sia a guida non italiana, mentre i tecnici provenienti dall’estero vanno di moda soprattutto nella fascia medio-bassa (Como, Udinese, Parma e Pisa). Undici squadre su 20 hanno una proprietà straniera e questo dato si presta a una considerazione molto semplice: se il futuro del nostro calcio non responsabilizza le dirigenze italiane, perché dovrebbe averlo a cuore chi ha il passaporto statunitense o indonesiano?

Ci sono poi le famose regole – o la loro mancanza in alcuni casi – a spingere il nostro sistema ancora più in basso. La Gazzetta dello Sport, in un articolo dal titolo “In serie A passa lo straniero, perché non conviene comprare in Italia” affronta un problema serio: la “stanza di compensazione”. Le operazioni di mercato tra società italiane avvengono attraverso le leghe, dalla Serie A ai Dilettanti, che agiscono a garanzia del sistema. I club che presentano un saldo negativo, determinato dalla compensazione tra crediti e debiti derivanti da cessioni e acquisti di calciatori, devono garantire le operazioni di mercato con fideiussioni bancarie o assicurative.

Si tratta di strumenti costoni e laboriosi, che prevedono una commissione riconosciuta all’intermediario e sono solitamente accompagnati da una controgaranzia, come il pegno su un conto corrente o un bene immobiliare. Per questa ragione, scrive la Gazzetta, vengono privilegiate le trattative con club esteri. Morale: i club italiani sono quelli che, dopo gli inglesi, spendono di più nei trasferimenti internazionali: 5,2 miliardi di dollari dal 2020. A chiudere il cerchio, un’altra considerazione: invece di muovere il denaro all’interno del mercato italiano, il money viene indirizzato verso l’estero, impoverendo ancora di più i nostri club.

La Premier League, complice la Brexit, ha introdotto una serie di regole per proteggere il calcio nazionale. I club possono registrare un massimo di 17 stranieri su 25 nella rosa-base, è vietato tesserare Under 18 provenienti dall’estero e tutti i giocatori di altre nazionalità hanno bisogno di un permesso di lavoro, basato su un sistema a punti, per ottenere il via libera. La Germania, cuore dell’Unione Europea, impone un minimo di 12 giocatori tedeschi a squadra, 8 dei quali provenienti dal vivaio. Ai club indebitati non è concesso di fare calciomercato all’estero.

Le regole comunitarie impongono dopo la sentenzaBosman paletti molto rigidi per garantire la libera circolazione all’interno dell’Unione, ma pur tra mille difficoltà, qualcosa si può fare. Il calcio italiano è fermo agli anni Novanta su tutti i fronti, stadi compresi. Le famose riforme promesse da Gravina sono rimaste al palo. La responsabilità dell’immobilismo non chiama in causa solo l’ex presidente federale, ma anche la Lega di Serie A, dove l’amministratore delegato Luigi De Siervo si è segnalato in questi anni per la lotta alla “pirateria” e per i tentativi di esportare all’estero il nostro calcio, vedi il caso MilanComo a Perth, in Australia, poi rientrato. Abbasso Capitan Uncino, ma l’isola, come cantava Edoardo Bennato, non c’è.

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