L’EDITORIALE – Guardiola e il tramonto del possesso: se il “Tiki-taka” diventa un labirinto senza uscita
C’era una volta il futuro, e aveva la faccia di Pep. Oggi, quel futuro somiglia maledettamente a un passato che non vuole passare, prigioniero di un’estetica che si è fatta dogma e, infine, gabbia. Prendere tre schiaffi dal Real Madrid non è mai un peccato mortale — la Casa Blanca è l’università del cinismo — ma è il modo in cui il Manchester City è colato a picco a far sollevare il sopracciglio.
Il calcio di Guardiola, un tempo sinfonia di spazi occupati, è diventato una nenia di retropassaggi. Una melina ipnotica che non serve più a scardinare le difese, ma a cullare la propria insicurezza. Con quella rosa, con quel catalogo di campioni che costano quanto il PIL di una piccola nazione, l’obbligo non sarebbe vincere sempre, ma almeno non annoiare. Il sospetto, atroce per i puristi, è che il City non sia mai stato “vincente” grazie al sistema, ma nonostante esso, sorretto da individualità che ora sembrano stanche di recitare a soggetto in un copione troppo rigido.
Poi, improvviso come un temporale d’agosto, arriva Khvicha Kvaratskhelia. E il mondo si ricorda perché amiamo questo gioco. Non sono i triangoli ripetuti fino all’alienazione a scaldare il cuore, ma il colpo di genio. Il dribbling che salta l’uomo e la logica, il tiro da fuori che non chiede permesso a nessun possesso palla. La gente vuole il fuoriclasse, vuole la giocata che rompe lo schema, non l’invito costante a entrare in porta con il pallone tra i piedi, manco fosse un feticismo geometrico.
A Napoli, lo sanno bene. L’ombra del georgiano si allunga ancora sul Maradona, un fantasma che nessuno ha saputo scacciare. La nostalgia è una brutta bestia, specialmente quando il sostituto non ha lo stesso profumo di leggenda. Ora le speranze si appoggiano sulle spalle di Alisson Santos. Le premesse sono buone, i lampi si intravedono, ma sostituire un’emozione pura con una scommessa è un esercizio d’equilibrismo che richiede tempo e, soprattutto, coraggio.
Il calcio sta tornando ai piedi dei singoli. Guardiola resti pure nel suo laboratorio; noi preferiamo chi, come Kvara, ha ancora il coraggio di uscire dalle righe.
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