Calcio spettacolo o teatro dell’assurdo? La piaga dei “simulatori” e la necessità del tempo effettivo
Il rettangolo verde, un tempo tempio dell’agonismo e della velocità, si sta trasformando pericolosamente in un palcoscenico di bassa lega. Il fenomeno dei calciatori che restano a terra per minuti interminabili al minimo contatto — o spesso in assenza totale di esso — non è più un’eccezione tattica, ma una piaga sistemica. Questo “teatro dell’assurdo” non solo spezza il ritmo, ma svilisce l’estetica di uno sport che dovrebbe vivere di dinamismo. Lo spettatore, che paga per vedere un evento atletico, si ritrova invece davanti a uno spettacolo interrotto, dove l’astuzia nel perdere tempo conta più del talento tecnico.
È un pregiudizio gravissimo per l’immagine del calcio mondiale. Vediamo atleti che passano una parte considerevole del match in orizzontale, rallentando volutamente il gioco per proteggere un risultato o semplicemente per spezzare l’inerzia avversaria. A questo si aggiunge una preoccupante scarsità di intensità fuori dalle fasi di possesso: troppi momenti morti, troppa poca voglia di tenere il pallone in movimento. Il risultato? Una partita diventa spesso inguardabile, un prodotto che allontana le nuove generazioni abituate a ritmi decisamente più serrati.
La soluzione, tuttavia, è a portata di mano e non è più rimandabile: bisogna adottare il tempo effettivo.
Fermare il cronometro ogni volta che la palla non è in gioco, esattamente come accade nel basket o nel football americano, eliminerebbe alla radice ogni incentivo alla simulazione. Se il giocatore sa che restare a terra non farà scorrere i secondi verso il novantesimo, la sua miracolosa “guarigione” sarà immediata. Il tempo effettivo restituirebbe dignità alla competizione, premierebbe le squadre che vogliono realmente giocare e libererebbe gli arbitri dall’imbarazzante farsa dei recuperi chilometrici, che spesso non bastano comunque a compensare i minuti realmente perduti.
Il calcio si trova a un bivio: rassegnarsi a un declino fatto di furbizie e interruzioni o evolversi per tutelare il proprio valore. Non è una questione di tradizione, ma di sopravvivenza dello spettacolo. Senza una riforma del tempo, l’orologio continuerà a scorrere, ma sarà solo un conto alla rovescia verso la noia totale.
Il calcio deve tornare a essere movimento e lealtà, non una recitazione a favore di telecamera. Solo con regole certe sulla durata reale della partita potremo tornare a godere della bellezza del gioco senza il fastidio di cronometri traditi dalla furbizia.
di Vincenzo Letizia
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