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AZZURRI PER SEMPRE – Alemao, il guerriero brasiliano che unì Napoli e Atalanta

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Alemao, il motore nascosto dello scudetto
Ci sono calciatori che fanno rumore con i gol, e altri che scrivono la storia con il sudore. Alemao appartiene alla seconda specie: centrocampista totale, guerriero elegante, polmone inesauribile di un Napoli che imparò a vincere anche grazie alla sua disciplina tattica. Doppio ex di Napoli e Atalanta, il brasiliano ha lasciato impronte profonde in entrambe le piazze, ma è sotto il Vesuvio che il suo nome è diventato leggenda.

L’arrivo a Napoli: il complemento perfetto del genio
Sbarca in azzurro nell’estate del 1988, in un calcio italiano che guardava con sospetto ai sudamericani non fantasisti. Ma Alemao non era un numero dieci: era il numero otto che tiene insieme tutto. In mezzo al campo faceva legna e geometrie, recuperava palloni e avviava l’azione con una pulizia tecnica rara per chi correva così tanto.

Con il Napoli colleziona 138 presenze e 14 gol tra il 1988 e il 1992. Numeri che raccontano solo in parte la sua importanza. Perché Alemao era l’equilibrio tra fase difensiva e costruzione, l’uomo che consentiva agli artisti di accendere la luce. Nel 1989-90 è uno dei pilastri del secondo scudetto azzurro: meno celebrato rispetto ad altri, ma decisivo come pochi.
Un aneddoto simbolico? Nella celebre partita di Bergamo contro l’Atalanta, interrotta per una monetina lanciata dagli spalti, fu proprio lui – colpito – a trasformare la rabbia in carburante. Il Napoli vinse a tavolino, ma quella ferita raccontò il carattere di un uomo che non arretrava mai.

Bergamo, prima tappa italiana
Prima del trionfo partenopeo c’era stata l’esperienza con l’Atalanta, nel 1987-88. A Bergamo disputò una stagione di altissimo livello, contribuendo a portare i nerazzurri fino alla semifinale di Coppa delle Coppe. In quella squadra operaia e organizzata, Alemao si impose per intelligenza tattica e leadership silenziosa.
Fu proprio quell’annata a convincere il Napoli a puntare su di lui. Non un colpo mediatico, ma un acquisto mirato. E il tempo diede ragione alla scelta.

Il brasiliano diverso
Alemao non era il brasiliano delle giocate da spiaggia. Era il brasiliano europeo, forgiato dalla fatica. Correva come un mediano tedesco, pensava come un regista italiano e aveva piedi sudamericani. Un ibrido perfetto per la Serie A più dura di sempre.

Un altro episodio rimasto nella memoria riguarda la finale di Supercoppa italiana del 1990 contro la Juventus: la sua prestazione fu totale, fatta di pressing, inserimenti e gestione dei ritmi. Napoli vinse 5-1, e in quella notte di gloria c’era anche il suo marchio invisibile.


Quando lasciò Napoli nel 1992, lo fece in punta di piedi. Nessuna polemica, nessun clamore. Ma chi ha vissuto quegli anni sa quanto fosse indispensabile. Alemao era l’equilibrio. Senza equilibrio non si vincono gli scudetti.
Oggi, ripensando a quel Napoli, la memoria corre ai fuoriclasse, ai gol, alle magie. Ma poi, scavando più a fondo, riaffiora il numero otto che correva per tutti. Il guerriero gentile che unì Napoli e Atalanta nel segno della fatica e della vittoria.
Perché ci sono campioni che brillano. E poi ci sono uomini che tengono acceso il fuoco. Alemao appartiene a questi ultimi. Ed è per questo che resta, per sempre, un azzurro nel cuore.

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