Ti ricordi… Can Bartu, il “gentleman del calcio turco” che rifiutò il Real Madrid per la Fiorentina
Non urlava mai. Entrava in campo come se stesse andando a una prima teatrale. Mentre il calcio imparava a diventare rumoroso, sembrava restare volutamente fuori dal tempo.
Era nato il 30 gennaio 1936, Can Bartu, detto il Synior, a Istanbul. Non una città qualsiasi, ma una città che ti porta a convivere con più identità insieme. Forse anche per questo Bartu non è mai stato una cosa sola. Non solo un calciatore, non solo un attaccante, non solo un uomo di sport.
Prima del pallone, o almeno insieme al pallone, c’erano basket e pallanuoto. Nazionale turca in tutte e tre le discipline. Oggi sembra fantascienza, allora era semplicemente Can Bartu. Un atleta completo, nel senso letterale del termine, quando lo sport permetteva ancora di essere curiosi prima che specializzati.
Il Fenerbahçe non lo ha mai raccontato come una bandiera: lo ha sempre considerato qualcosa di più simile a un tratto distintivo. Bartu giocava negli anni Cinquanta, ma non aveva l’urgenza dell’eroe. Aveva il passo di chi sa aspettare la giocata giusta. Attaccante sì, ma senza quella frenesia da gol che spesso tradisce l’insicurezza. Guardava il campo come se lo stesse leggendo. Non litigava con gli arbitri. Non cercava il contatto. Non provocava.
Da qui il soprannome, mai respinto: “il gentleman del calcio turco”. Che non era una posa, ma un’abitudine. Poi c’è l’Italia. All’inizio degli anni Sessanta Bartu arriva in Serie A, uno dei primi turchi a farlo davvero. Fiorentina, poi Venezia e Lazio. A Firenze gioca con Hamrin e De Sisti, ma non sembra mai in soggezione. La stampa lo osserva con curiosità: elegante, educato, più interessato al gioco che al gesto spettacolare. Impara l’italiano senza farne una questione identitaria. Resta turco senza mai doverlo rivendicare.
In quegli anni circola una voce insistente: il Real Madrid. Quello vero, quello di Di Stéfano. L’interesse c’è, ma Bartu resta dov’è. Non per mancanza di ambizione, ma per coerenza. In Turchia quella scelta diventa racconto popolare, quasi una parabola: non tutto ciò che è più grande è anche più giusto. Si dice che non sia mai stato espulso in carriera. Nessun archivio lo certifica davvero, ma poco importa. È una di quelle verità che funzionano anche se non sono dimostrabili, perché descrivono bene il personaggio. Bartu non ha mai avuto bisogno dello scontro per esistere. Quando smette di giocare, non scompare.
Diventa commentatore televisivo, una presenza costante e rassicurante. In uno studio sempre più incline al rumore, lui parla piano. Spiega. Contestualizza. A volte sembra quasi fuori posto, ed è forse per questo che resta credibile. Non cerca di vincere un dibattito, ma di capire il gioco. Quando muore, l’11 aprile 2019, il Fenerbahçe scrive: “Non abbiamo perso solo un ex calciatore, ma una parte della nostra identità”. Non è una frase di circostanza. È il riconoscimento di ciò che Bartu è stato davvero: non un’icona da museo, ma una misura. Can Bartu è stato questo: uno che ti faceva pensare che si potesse stare nel calcio senza alzare la voce. Uno che ti ricordava che il talento, se non è accompagnato da stile, resta incompleto.
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