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Manna, il mestiere che non si improvvisa: perché il Napoli paga l’inesperienza in cabina di regia

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C’è un equivoco di fondo che aleggia su Napoli, e non è un equivoco tattico. È un equivoco di ruolo. Perché nel calcio moderno — quello delle big, non più quello romantico delle risalite e delle scommesse — il direttore sportivo non è un talent scout con delega agli acquisti. È un centro di potere. Un negoziatore. Un uomo di sistema.
Non entro, volutamente, nel merito della qualità degli acquisti. Sarebbe una scorciatoia comoda e pure ingannevole. Manna di calcio se ne intende, nessun dubbio: vede il giocatore, lo riconosce, ne coglie il potenziale. Ma il problema del Napoli non è chi compra. È come, quando e da quale posizione compra.
Un giovane direttore sportivo, con curriculum ancora leggero, messo in una posizione apicale in una big europea, paga dazio. Sempre. Perché mancano due cose che non si studiano e non si improvvisano: la capacità negoziale e il network. Gli anni sul campo, nell’ambiente, nelle sale d’attesa e nelle telefonate notturne fanno la differenza. Sono quelli che ti permettono di prendere Okafor a 3 milioni o Ndombele a 500 mila euro l’ultimo giorno di mercato, come fece Giuntoli. Non per magia, ma per forza contrattuale.
Il Napoli di Manna sbaglia i tempi. Arriva tardi, paga pieno — se non di più — e soprattutto non vende. Questo è il peccato capitale. Tre sole cessioni dirette, senza prestito, escluse le eccezioni Kvaratskhelia e Osimhen, in quattro sessioni di mercato: troppo poco per essere sfortuna, troppo ripetuto per essere un caso. È una tendenza. Ed è grave per un club che si autofinanzia, o almeno prova ancora a farlo.
Il mercato è un gioco di anticipo e di pressione. Chi arriva debole, paga. Chi non ha status, subisce. E lo status conta: la parola di un direttore sportivo navigato pesa più di una PEC, più di una clausola. Serve carisma, serve reputazione, serve anche — diciamolo — un po’ di spregiudicatezza. Uno che con 200 milioni di budget ha carta bianca non mette Ndoye in cima alla lista per timidezza. Lo fa perché può permetterselo. Perché nessuno lo scavalca.
C’è poi un altro nodo, più sottile e più pericoloso: il direttore sportivo non può diventare un servitore dell’allenatore. La collaborazione è sacrosanta, la subordinazione no. In una big, il ds governa una visione, non esegue una lista. Altrimenti il progetto si accorcia, diventa umorale, dipendente dal presente e incapace di costruire futuro.
Il Napoli non è più quello del 2008. Non può permettersi apprendistati in ruoli chiave. Manna è un dirigente competente, ma il mestiere che gli è stato affidato è un altro. E non è una colpa personale. È una responsabilità strutturale. Nel calcio, come nella vita, il talento senza potere resta incompiuto. E spesso, purtroppo, lo paga chi sta intorno.

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