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The Day After Como-Milan 1-3: La notte dei due volti. Il metodo Allegri prevale sull’audacia di Fabregas.

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Il calcio, a volte, è questione di cinismo, di saper capitalizzare l’attimo fuggente, anche a costo di soffrire l’indicibile. E ieri sera al Sinigaglia di Como si assiste a una vera e propria lezione di pragmatismo impartita dal Milan di Massimiliano Allegri, che sconfigge per 3-1 un Como bello, coraggioso ma sfortunato, guidato da un promettente Cesc Fabregas. Una partita che racconta due storie diverse nell’arco dei novanta minuti e che riaccende, con forza prorompente, l’eterno dibattito su estetica del gioco e risultato finale.

La prima frazione di gioco è un monologo lariano, un’autentica sinfonia di calcio moderno. Il Como scende in campo con un’energia travolgente, mettendo alle corde, fin dai primi istanti, un Milan irriconoscibile, quasi stordito dall’intensità avversaria. La squadra di Fabregas corre, pressa a tutto campo, domina il possesso palla con trame avvolgenti, giocando un calcio propositivo che manda in tilt i meccanismi rossoneri. Il vantaggio del Como arriva quasi subito, dopo appena dieci minuti, frutto dell’ennesima lettura difensiva sbagliata del reparto arretrato milanista, che appare in enorme difficoltà fisica e mentale, quasi spaesato di fronte alla velocità degli attaccanti avversari. Un primo tempo catastrofico per i rossoneri, che rimangono in partita, quasi per miracolo, solo grazie a un monumentale Mike Maignan, autore di alcuni interventi prodigiosi che evitano un passivo ben più pesante, che sarebbe stato meritato.

Alcune prestazioni individuali dei rossoneri sono imbarazzanti, ai limiti dell’inspiegabile: Saelemaekers appare sempre più spompato e fuori condizione, un fantasma sulla fascia, e necessiterebbe di riposo rigenerante, mentre Leão è condizionato da evidenti problemi fisici che ne limitano la consueta esplosività e la capacità di saltare l’uomo. Continuano a deludere anche Fofana e Modrić, entrambi in evidente calo fisico e incapaci di dare geometrie o interdizione al centrocampo. Ma qui entriamo nel solito, spinoso discorso della rosa corta a livello qualitativo, che comporta il far giocare quasi sempre gli stessi elementi, spremuti fino all’osso. Quando tutto sembra perduto, quando la fine del primo tempo si avvicina come una liberazione, ecco il guizzo, l’episodio che cambia il volto della gara: Rabiot si procura un rigore, trasformato con i brividi da Nkunku, che tiene in vita il Milan, un’ancora di salvezza in un mare in tempesta.

Nel secondo tempo avviene l’episodio che cambia definitivamente l’inerzia della partita. Un’azione in velocità, una delle rare del Milan, ribalta il fronte con efficacia letale: Saelemaekers recupera un pallone importante, Leão, con un lampo di genio, inventa una giocata delle sue, un assist al bacio che Adrien Rabiot, con un tocco di classe e inserimento perfetto, firma il gol del vantaggio, un uno-due micidiale che taglia le gambe al Como. Da quel momento, complice anche il passaggio al 4-3-3, una bella intuizione tattica di Allegri che ha saputo leggere la partita, il Milan continua a giocare con il baricentro basso, ma si difende con ordine e maggiore sicurezza rispetto al primo tempo, chiudendo ogni spazio ai lariani, che pur non mollano, anzi, colpiscono anche un palo. La partita è poi chiusa definitivamente ancora da uno scatenato Rabiot, l’uomo della provvidenza, che sigla la sua doppietta personale e mette il punto esclamativo sulla vittoria rossonera.

Sia benedetta, a posteriori, la sconfitta con la Cremonese della prima giornata.

Questa vittoria incarna perfettamente l’essenza del “metodo Allegri”: soffrire, lottare su ogni pallone, difendersi con i denti e portare a casa i tre punti, anche quando il gioco espresso non è spumeggiante, non è bello da vedere, ma è tremendamente efficace. Un successo sporco, di nervi, di carattere e di puro pragmatismo, che porta punti pesanti per la classifica, che consolidano la posizione. E qui sorge spontaneo il dilemma, la grande questione che anima da sempre il dibattito calcistico, dividendo tifosi e addetti ai lavori: meglio un tecnico “risultatista”, un esperto come Allegri, capace di vincere nelle difficoltà, di ribaltare le partite con l’esperienza, o il calcio nuovo, audace e propositivo che avanza, incarnato da un allenatore emergente e visionario come Fabregas? Il Como ha giocato un calcio più bello, più divertente, più moderno. Il Milan ha vinto. La risposta, forse, non è univoca, non esiste una verità assoluta, ma il campo, per ora, continua a dare ragione al pragmatismo rossonero, al cinismo che premia.

Dite la vostra su questo argomento, io vi lascio la mia, personale e sincera opinione: a me piacerebbe un allenatore diverso, che sposi una filosofia di gioco più vicina a quella di Fabregas, che per certi versi, secondo me, avrebbe le caratteristiche perfette per la nostra società, per la nostra storia di bel gioco. Ma dietro a lui, o al mio preferito assoluto che è Xabi Alonso, ci deve essere una dirigenza seria, competente, che programma, costruisce un progetto solido e duraturo. Una società che ha una visione chiara del futuro, non solo del presente. Finché noi avremo questi dirigenti, che navigano a vista e non hanno un piano a lungo termine, non andremo da nessuna parte, e Allegri, molto probabilmente, è l’allenatore giusto per la situazione attuale. Che piaccia o no, è la realtà dei fatti,

W Milan

Harlock

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