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L’EDITORIALE – Conte e il mercato del Napoli: scelte sue o del convento?

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di Vincenzo Letizia

C’è una domanda che aleggia su Castel Volturno come una nuvola bassa, fastidiosa, impossibile da ignorare. Una domanda che non pretende risposte urlate, ma spiegazioni. Perché il Napoli che fatica non è solo una squadra in crisi di risultati: è una squadra in crisi di identità. E quando l’identità vacilla, la prima cosa da chiarire è sempre la stessa: chi ha deciso cosa.
Antonio Conte è arrivato con l’aura dell’allenatore totalizzante, dell’uomo che non accetta mezze misure, del tecnico che prima detta le condizioni e poi — se serve — volta le spalle. Il mercato estivo, però, racconta una storia più complessa, quasi contraddittoria. Perché è difficile spiegare altrimenti un dato che ormai è sotto gli occhi di tutti: a parte Elmas e Milinković-Savić, i nuovi acquisti stanno deludendo in maniera sorprendentemente uniforme.
E allora il sospetto diventa legittimo. Conte ha davvero guidato il mercato o si è dovuto accontentare di ciò che “passava il convento”, per usare un’espressione cara al calcio di una volta, per opera degli abati De Laurentiis e Manna?
Le ipotesi sono tre, e nessuna è indolore.
La prima: il mercato è stato deciso da Conte. In questo caso, la responsabilità è piena. Un allenatore che pretende controllo totale deve accettare anche il peso delle scelte sbagliate. Se i rinforzi non rafforzano, il giudizio non può che ricadere sulla panchina.
La seconda: un mercato condiviso, frutto di compromessi. Ed è forse lo scenario peggiore, perché genera squadre ibride, senza una linea chiara, figlie di più teste e di nessuna visione. Il campo, come sempre, presenta il conto.
La terza: Conte si è adeguato. Ha accettato profili non perfettamente funzionali, scommesse più economiche che tecniche, soluzioni dettate dal bilancio più che dal campo. Se così fosse, allora il problema non sarebbe l’allenatore, ma la distanza mai colmata tra progetto tecnico e strategia societaria.
Non è un caso che i due acquisti che reggono l’urto siano quelli più “leggibili”: Elmas e Milinković-Savić. Ruoli chiari, caratteristiche riconoscibili, impatto immediato. Tutto il resto appare sospeso tra promesse e attese, senza mai trasformarsi in reale affidabilità.
Ecco perché il punto non è distribuire colpe a caso, ma indirizzarle correttamente. Criticare Conte senza sapere se abbia davvero scelto questi giocatori è comodo, ma poco onesto. Assolvere la dirigenza senza chiarire il perimetro delle decisioni lo è altrettanto.
Il Napoli non ha bisogno di processi sommari. Ha bisogno di chiarezza. Perché solo stabilendo chi ha scritto il copione si può giudicare la recita. Il resto è rumore di fondo. E Napoli, di rumore, ne ha già abbastanza.

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