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L’EDITORIALE – VAR, mediocrità e pallone: se l’Italia premia l’incompetenza, perché stupirsi del calcio?

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Il calcio è un gioco. E come tale dovrebbe essere trattato: con leggerezza, rispetto e un minimo di buon senso. Anche se intorno girano milioni, anche se la passione dei tifosi non è un dettaglio folkloristico ma una cosa seria. Proprio per questo, però, certe scene restano indigeste. E non perché sorprendano, ma perché ormai sono perfettamente coerenti con il contesto che le produce.
Viviamo in un Paese che ha messo al Governo l’inadeguatezza elevandola a sistema. Non è una questione ideologica, è un dato culturale. Se l’Italia affida la guida del Paese a una classe dirigente modesta, impreparata e rumorosa, perché dovremmo stupirci se lo stesso criterio viene applicato al calcio, al giornalismo sportivo, all’opinionismo televisivo?

Il VAR, in questo scenario, non è un’anomalia: è un sintomo. Il gol annullato a McTominay ieri è qualcosa che non si può vedere. O meglio: si può vedere benissimo, perché è figlio della stessa logica. Un fermo immagine che diventa sentenza, un dettaglio interpretato contro il senso del gioco, un braccio che improvvisamente diventa colpevole per decreto divino. A meno che le regole non siano cambiate e nessuno abbia avuto la bontà di avvisare chi il calcio lo guarda ancora con occhi normali.

Il VAR doveva essere il correttore delle ingiustizie macroscopiche; è diventato l’alibi delle interpretazioni creative, il trionfo del fermo immagine contro il buonsenso.
E come se non bastasse, c’è il contorno. DAZN e il suo teatro dell’assurdo: sgallettate scollate che, prima di improvvisarsi giornaliste, una partita vera non l’avevano mai vista; e ragazzini che ancora profumano di latte e si atteggiano a nuovi Tosatti, con la stessa sicurezza e un decimo dei contenuti. Risultato? Analisi sterili, tifoseria travestita da competenza, parzialità venduta come “narrazione”. Informazione? No, intrattenimento scadente. E pure un po’ paternalista.
Ma non illudiamoci che dalle nostre parti vada meglio. Perché l’autoassoluzione è lo sport nazionale. C’è chi scientemente occulta la realtà, la dilata, la stiracchia, la interpreta come se il calcio fosse materia da X-Files: tutto è mistero, complotto, cabala. Tranne una cosa: la critica al padrone. Quella no. Quella è vietata. Sul mercato immobilismo, sulle scelte silenzio. Però guai a dirlo: meglio parlare d’altro, meglio confondere le acque, meglio trasformare l’ovvio in opinabile.
È vero: stiamo parlando di calcio. Un gioco. Proprio per questo servirebbe più leggerezza nel dirlo, più onestà nel raccontarlo, più coraggio nel chiamare le cose con il loro nome. Anche solo ogni tanto. Soprattutto da chi gioca a fare l’opinionista. Perché il pallone sopporta tutto—errori, polemiche, sarcasmo—ma non l’ipocrisia. Quella no. Quella, alla lunga, stanca più di un VAR mal usato.

In un Paese che ha normalizzato la mediocrità ai vertici, stupirsi di un VAR usato male o di commenti scarsi è solo esercizio di nostalgia. Il calcio, come sempre, non fa che riflettere il Paese che lo racconta.

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