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The Day After Milan-Genoa: Un pareggio che sa di occasione Sciupata e di vecchi problemi

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Partiamo subito col dire, senza troppi giri di parole, che in questa rosa la qualità, quella vera, è poca. Non fraintendetemi, ci sono ottimi atleti e professionisti, ma quella “qualità diffusa” che serve per dominare un campionato o per fare strada in Europa, quella manca. Ci sono tutta una serie di giocatori come Ruben Loftus-Cheek, Youssouf Fofana, Christopher Nkunku, Fikayo Tomori, Pervis Estupinan, Zachary Athekame, Koni De Winter e chi più ne ha più ne metta, che, per carità, possono essere dei buoni rincalzi, delle valide alternative in una rotazione, ma non possono essere considerati dei titolari o prime scelte in una squadra che ambisce ai massimi traguardi. La differenza tra chi parte titolare e chi subentra è ancora troppo marcata, e questo, a mio avviso, è un problema strutturale.

Ci diciamo da tempo immemorabile che questa rosa, assemblata a volte in modo casuale, manchi di quella profondità necessaria per competere ai vertici. Ma d’altronde, noi tifosi, noi che ad ogni partita mastichiamo amaro o esultiamo con passione, ragioniamo in modo diverso rispetto a loro, ai dirigenti che si muovono secondo logiche finanziarie e di bilancio, ma che spesso cozzano con la realtà del campo e con la voglia di vincere che ha la gente.

La partita di ieri sera contro il Genoa è l’emblema di questa situazione. In casa, contro una squadra organizzata ma non trascendentale, devi entrare in campo con un piglio diverso, devi sistemare subito la partita, imprimerle un ritmo e un’aggressività che non lascino scampo. Invece, ancora una volta, l’atteggiamento iniziale è stato sbagliato, superficiale.

Vero, le statistiche ci dicono che abbiamo fatto circa 33 tiri in porta, un dato che potrebbe ingannare. Ma per come la vedo io, la partita è stata gestita con una certa sufficienza, come se il gol dovesse arrivare per inerzia.

Ripeto a questi livelli, non è sufficiente avere 3-4 campioni, quei fuoriclasse che ti risolvono la partita con un guizzo. Penso al nostro quarantenne Modric o a Rabiot arrivato al Milan dopo aver litigato con tutti in Francia, ma che si è rivelato un giocatore importante. Ci è voluto veramente poco per alzare leggermente la qualità della rosa. Oltre a loro, serve qualità diffusa in tutti i 20 i giocatori della rosa, se si vogliono vincere trofei importanti come lo Scudetto o almeno provarci seriamente. La panchina deve essere un valore aggiunto, non un punto interrogativo.

Credo, anzi ne sono convinto, che una società seria debba riflettere profondamente su questo aspetto. Per puntare a certi traguardi, la coperta è ancora troppo corta e, soprattutto, di poca qualità in alcuni reparti chiave. La gestione oculata va bene, ma non deve diventare un alibi per non investire dove serve.

Il gioco di Allegri, poi, continua a non entusiasmarmi, anche se riconosco che il mister sta facendo le nozze con i fichi secchi, tirando fuori il massimo da una situazione non ideale. In queste partite, come ieri, la squadra si accende solo a tratti, affidandosi più all’improvvisazione, alla giocata del singolo, che a schemi consolidati e a una manovra fluida e corale. Si vince grazie ai lampi dei talenti, non grazie a un sistema di gioco impeccabile.

L’impostazione difensiva che vuole Allegri, una volta marchio di fabbrica del Milan, deve essere perfetta nei giocatori e nell’esecuzione, altrimenti si rischiano figuracce. E quindi, il gol subito da Colombo, un colpo di testa in area piccola, è un errore che a questi livelli non può e non deve essere accettato. Un difensore centrale di una squadra che lotta per la Champions non può permettersi una simile disattenzione sulla marcatura. E stasera, purtroppo, è toccato a Gabbia macchiarsi di questa sbavatura.

In attacco, la mia analisi è netta: siamo troppo Pulisic-dipendenti. L’americano è una spina nel fianco costante, si muove bene tra le linee, crea occasioni e dà sempre l’impressione di poter far male. La sua continuità di rendimento è impressionante e l’ho apprezzata tantissimo.

Su Rafael Leão, invece, continuerò ad avere la mia idea, e la porterò avanti finché non cambierà qualcosa. Se vuole diventare un giocatore dominante, uno di quei nomi che fanno la differenza in Europa, deve fare qualcosa di più, sia a livello mentale che tecnico. Deve essere più dentro la partita, più concentrato, più cattivo sotto porta, per sfruttare appieno l’onda del suo talento smisurato. Da parte sua io mi aspetto sempre un qualcosa di più, perché la classe non basta se non è accompagnata dalla giusta mentalità.

Poi, molto probabilmente, l’ingresso di un attaccante più strutturato come Füllkrug, che dà peso e fisicità, lo ha aiutato a trovare spazi. Però, ricordiamocelo, giochi in casa contro il Genoa, non contro il Real Madrid.

Sull’arbitraggio stendo un velo pietoso. L’ennesimo arbitraggio, a mio modesto e insindacabile giudizio, “chirurgico” e ad hoc, che alimenta dubbi e polemiche. Perché noi abbiamo giocato così così, per usare un eufemismo, ma perdere al 95° per un rigore del genere, che non c’era o comunque molto dubbio, sarebbe stato davvero ingiusto e una beffa atroce. La mia paura è che di questi episodi ne vedremo ancora tanti finché la nostra dirigenza rimarrà in silenzio, senza battere i pugni sul tavolo.

Quindi, punto guadagnato o punti persi? A voi, lettori e appassionati, il giudizio finale.

A me, personalmente, quello che preoccupa di più è e rimane sempre l’atteggiamento, la superficialità che a volte la squadra mostra in campo. Finché non si risolve questo, la strada per i grandi trionfi sarà sempre in salita.

W Milan

Harlock

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