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Ti ricordi… Igor’ Netto, il calciatore russo diventato leggenda per il massimo gesto di fair play

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“Hai giocato alla Netto“. Nel caso siate in Russia – o che vi capiti di sentirvelo dire da un russo, o da un appassionato del calcio di Mosca e dintorni, dopo una partitella tra amici – ebbene: è un grande complimento. Non significa soltanto che si è giocato bene. Significa che si è giocato giusto. Perché Igor’ Aleksandrovič Netto non è stato solo un grande centrocampista. È stato, prima ancora, un’idea di calcio. E forse anche un’idea di uomo.

Netto, che non sa poi tanto di russo. Infatti Igor ha sangue italiano nelle vene: nasce sì, il 9 gennaio del 1930 a Mosca, ma la famiglia Netto è marchigiana, emigrata nel regno zarista alla fine del ‘700. Per le strade di Mosca si appassiona al calcio e all‘hockey, nel primo sport è davvero bravo: piede sinistro sublime, intelligenza fuori dal comune che gli permette di capire dove va il gioco, suo e degli avversari. Lo chiamano “L’oca”, per quel suo collo lungo e la sua postura particolare, anche se l’aspetto fisico passa in secondo piano quando lo si vede giocare: “Ruba i palloni con la testa, non con i piedi”, dicono di lui.

Una capacità sviluppata anche grazie alla “korobka”, una sorta di calcio nello stretto che si giocava nei cortili di Mosca, dove di campi adatti a giocare all’epoca ce n’erano pochi. Quando il calcio diventa una cosa seria per lui, Netto sceglie lo Spartak quando scegliere lo Spartak non era comodo. In un calcio sovietico diviso per apparati – l’esercito, la polizia, i servizi – lo Spartak era la squadra del popolo. E Netto volle restarci sempre, rifiutando scorciatoie e protezioni. Anche questa, a modo suo, era una dichiarazione. Con la Russia vince le Olimpiadi a Melbourne nel ’56 e gli Europei in Francia nel ’60.

L’episodio che lo ha consegnato alla leggenda arriva ai Mondiali. Una partita tesa, una di quelle in cui il risultato pesa come un macigno e ogni dettaglio può cambiare la storia. Un gol viene convalidato all’Unione Sovietica, ma qualcosa non torna: il pallone è entrato da un buco laterale della rete, non dalla porta. L’arbitro non se ne accorge. Tutti tacciono. Tutti, tranne uno.
Netto, il capitano, si avvicina al direttore di gara e dice la verità. Quel gol non è regolare. Va annullato. Non è una posa, non è una morale esibita. È semplicemente il suo modo di stare al mondo. Il gol viene tolto, l’URSS rinuncia a un vantaggio prezioso e Netto diventa, da quel giorno, qualcosa di più di un calciatore: un caso di studio, un esempio tramandato nelle scuole sportive, un nome che si pronuncia quando si parla di fair play senza virgolette.

Poi va dai suoi e dice: “Tanto la vinciamo lo stesso”, così fu. Lo vorrebbe il Real Madrid, ma non si può, non vuole il partito. Lascia il calcio nel ’66, subentra la depressione, spettri mostruosi che però vengono spazzati via ancora dal pallone: “Comandare è facile. Educare è difficile”, diceva. E infatti, finita la carriera, non cercò potere né ribalte. Preferì insegnare, formare, spiegare il gioco ai giovani. Non conservava trofei in casa. Non amava parlare di sé. Considerava il calcio un servizio, non un palcoscenico. È il primo allenatore sovietico ad uscire dai confini: nel 1967 a Cipro, poi diventa l’allenatore dell’Iran, poi del Panionios per finire con le giovanili della sua Spartak Mosca, dove resterà fino al 1990 quando l’Alzheimer gli renderà impossibile andare avanti.

Resta un mito in patria: la sua immagine è stata anche trasmessa sugli schermi dello stadio prima di una partita di qualificazione della Russia a Euro 2016, quella decisiva contro la Svezia. Scorrono il volto di Netto, di Yashin e di altri campioni russi con lo slogan “Siate degni della nostra storia”. Resta un mito Netto, perché le reti, a volte, hanno dei buchi. E non sempre c’è un arbitro che se ne accorge.

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