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La vita, l’arte e la fine di un genio: Akiba Rubinstein

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Nella storiografia scacchistica poche figure sono avvolte da un’aura di leggenda e al tempo stesso di tragedia storica, come Akiba Kiwelowicz Rubinstein.
Spesso citato come il più grande giocatore non diventato Campione del Mondo, Rubinstein non è stato solo un grande comprimario nell’era di giganti come Emanuel Lasker e José Raúl Capablanca, ma possiamo considerarlo l’anello di congiunzione tra il romanticismo del XIX secolo e gli scacchi del XX secolo.
La sua eredità trascende i successi scacchistici e le grandi vittorie, ma va ricercata nella sua peculiare concezione del gioco che ha gettato le basi per l’approccio professionistico contemporaneo.

L’Ascesa dello Stratega (1880-1909)
Akiba Rubinstein nacque il 1° dicembre 1880 a Stawiski, una piccola comunità prevalentemente ebraica ashkenazita nel Governatorato di Lodz, all’epoca parte del Regno del Congresso sotto il dominio dell’Impero Russo.
La sua vita fu segnata dalla povertà dell’infanzia trascorsa in un villaggio dell’Europa orientale, dai successivi trionfi scacchistici e dal declino umano e sportivo segnato dalla malattia mentale.
Akiba era l’ultimo di dodici figli, ma la mortalità infantile e le dure condizioni di vita fecero sì che solo una sorella sopravvivesse fino all’età adulta. Suo padre morì poche settimane prima della sua nascita, lasciando la madre a crescere la numerosa prole in un contesto di estrema indigenza.
L’ambiente in cui crebbe il giovane Akiba era permeato dalla più rigorosa ortodossia ebraica. Stawiski era uno shtetl, un microcosmo culturale dove la vita ruotava attorno alla sinagoga e allo studio della Torah. I familiari avevano tracciato per lui un percorso definito e onorevole: sarebbe diventato un rabbino. La sua educazione fu dunque esclusivamente religiosa, un allenamento mentale intenso basato sulla memorizzazione, l’analisi esegetica e la logica talmudica.
Sebbene non vi fosse alcun legame apparente con gli scacchi, questi anni di studio formarono la sua mente, dotandolo di una capacità di concentrazione non comune e di una predisposizione alla ricerca della verità nascosta dietro le apparenze, qualità che avrebbe poi applicato sulla scacchiera.

A differenza di molti altri campioni della storia, come Capablanca o Reshevsky, che appresero il gioco nell’infanzia, Rubinstein (qui sopra raffigurato in una foto di famiglia insieme al suo cugino più giovane Arthur, uno dei più grandi pianisti del secolo scorso) scoprì gli scacchi intorno ai 14 – 16 anni, un’età che per i canoni moderni è considerata decisamente tarda.
La leggenda narra che osservò due compagni di scuola giocare in un momento di pausa dagli studi del Talmud, rimanendo ipnotizzato dalla silenziosa complessità di quella battaglia tra due menti. Altre fonti suggeriscono che trovò un manuale di scacchi per caso, ma poco importa. Per il giovane studente, gli scacchi offrivano un sistema di logica pura, un rifugio dove l’intelletto poteva esprimersi liberamente senza costrizioni dogmatiche.
Tuttavia, questa nuova passione non era vista di buon occhio nel suo ambiente. Nella cultura ortodossa dell’epoca, dedicare tempo a giochi “profani” era considerato frivolo, se non addirittura peccaminoso secondo la dottrina talmudica.
La decisione di Rubinstein di abbandonare gli studi rabbinici per dedicarsi agli scacchi maturò definitivamente nel 1903, dopo un quinto posto ottenuto in un torneo a Kiev. Questa scelta rappresentò una rottura traumatica con le aspettative della sua famiglia e della sua comunità, un atto di ribellione che, secondo alcuni biografi, avrebbe piantato i semi del senso di colpa che lo avrebbe tormentato nei decenni successivi.

Lodz e l’Apprendistato con Salwe
Deciso a perseguire la sua vocazione, Rubinstein si trasferì a Lodz, all’epoca uno dei centri industriali più dinamici della Polonia russa, soprannominata la “Manchester polacca” per la presenza di manifatture di cotone. Lodz vantava una vivace scena scacchistica, dominata dalla figura del maestro Georg Salwe, un ricco industriale e forte giocatore, avversario e poi mentore di Rubinstein.
I primi tempi a Lodz non furono facili. Rubinstein viveva in povertà. Si narra che sparisse per settimane, chiudendosi in camera a studiare le partite dei maestri del passato come Steinitz e Tarrasch, per poi ripresentarsi più forte di prima. Le innumerevoli partite giocate contro Salwe svilupparono il suo talento. Inizialmente, grazie alla sua esperienza, Salwe prevaleva, ma ben presto la situazione si ribaltò e nel 1907, il sorpasso fu completato: Rubinstein vinse il torneo di Lodz, distanziando il suo vecchio maestro e segnalandosi come la nuova speranza degli scacchi polacchi.

L’Ingresso nell’Arena Internazionale: Il Debutto a Ostenda e Barmen
L’ingresso di Rubinstein sulla scena internazionale avvenne con una rapidità sconcertante. Nel 1905 partecipò al torneo di Barmen, ottenendo un ottimo piazzamento che gli valse il titolo di maestro. Ma fu il torneo di Ostenda del 1907 a rivelare al mondo la sua forza. Il novero dei partecipanti era fortissimo, ma nonostante ciò Rubinstein condivise il primo posto con Ossip Bernstein.
Il suo stile di gioco si caratterizzava per profondità e precisione. Mentre i maestri della generazione precedente cercavano spesso l’attacco brillante e le complicazioni tattiche, Rubinstein impostava la partita con una logica cristallina. Apriva spesso con il pedone di Donna, sviluppava i pezzi seguendo un piano strategico a lungo termine e giocava i finali con tecnica magistrale. Non adoperava colpi tattici per prevalere, ma cercava la mossa migliore, convinto che la posizione contenesse una verità intrinseca che andava solo scoperta.
Il vero punto di svolta nella carriera di Rubinstein fu il Torneo Memorial Chigorin di San Pietroburgo del 1909. Questo evento riuniva l’élite mondiale, incluso il Campione del Mondo in carica, Emanuel Lasker, che dominava la scena da quindici anni ed era considerato all’epoca quasi imbattibile.
Il torneo fu una maratona estenuante, ma Rubinstein giocò con una tenacia impressionante. Alla fine, condivise il primo posto proprio con Lasker, totalizzando 14,5 punti su 18. Ma il dato più significativo fu lo scontro diretto tra i due giganti.

La partita iniziò con una Difesa Slava. Rubinstein uscì dall’apertura con un leggero vantaggio. Invece di lanciarsi in attacchi prematuri, manovrò pazientemente, accumulando piccoli vantaggi posizionali. Lasker, noto per la sua capacità di difendere posizioni difficili e di ribaltare le partite anche in chiave psicologica, si trovò di fronte a un muro di precisione. Rubinstein semplificò la posizione in un finale di torri (la sua specialità) in cui trasformò un vantaggio microscopico in una vittoria portando a compimento un vero e proprio capolavoro strategico. Battere il Campione del Mondo sul suo terreno (Lasker era un maestro dei finali) fu un messaggio chiaro: Rubinstein era ormai tra i più forti scacchisti al mondo.
Dopo il torneo, Lasker, che non era solito dispensare lodi gratuite, dichiarò che il gioco di Rubinstein possedeva una grande profondità strategica.

Lo Stile Scientifico e il trionfo della Logica
Negli anni che seguirono il torneo di San Pietroburgo, lo stile di Rubinstein raggiunse la piena maturità. I commentatori del tempo faticavano a classificare il suo gioco. Non era rigidamente posizionale come quello di Tarrasch, che seguiva regole dogmatiche; non era puramente pragmatico come quello di Lasker; e non era nemmeno brillante come quello di Marshall. Rubinstein era, diremmo oggi, un “giocatore universale” ante litteram.
La sua forza risiedeva nella fase di transizione tra apertura e mediogioco, e ancor più tra mediogioco e finale. Egli manovrava i suoi pezzi non per realizzare minacce immediate, ma per migliorare la posizione in vista del finale che poteva verificarsi anche trenta mosse più tardi.
Boris Gelfand, famoso G.M. e grande ammiratore di Rubinstein, ha notato come il maestro polacco trattasse l’apertura come un prologo necessario al finale, sviluppando sistemi che miravano a strutture pedonali ben definite. Questo approccio a lungo termine era rivoluzionario per l’epoca.

L’anno 1912, il periodo d’oro. I Cinque Trionfi
Se il 1909 fu l’anno della consacrazione, il 1912 fu l’anno del dominio assoluto. Nella storia degli scacchi competitivi, raramente un singolo giocatore ha esercitato una tale egemonia. Rubinstein compì un’impresa che rimase ineguagliata per decenni, vincendo cinque tornei consecutivi di alto livello.

  1. San Sebastian (Febbraio-Marzo 1912). Questo torneo riuniva molti dei migliori giocatori del mondo, ad eccezione di Lasker e Capablanca. Rubinstein vinse con 12,5 punti su 19, distanziando rivali molto quotati come Aron Nimzowitsch e Rudolf Spielmann. La vittoria non fu facile, ma dimostrò la sua capacità di resistere alla pressione in un torneo lungo. Fu durante questo evento che Rubinstein scrisse formalmente a Lasker per sfidarlo per il titolo.
  2. Bad Pistyan (Maggio-Giugno 1912). Se San Sebastian fu una vittoria di misura, Bad Pistyan fu un trionfo. In questa località termale slovacca, Rubinstein vinse con 14 punti su 17, distaccando il secondo classificato, Spielmann, di ben 2,5 punti. Non perse nessuna partita fino all’ultimo turno, quando il torneo era già matematicamente vinto. Le cronache raccontano che gli avversari sembravano psicologicamente sconfitti prima ancora di sedersi davanti alla scacchiera.
  3. Breslavia (18° Congresso DSB – Luglio-Agosto 1912). Nonostante la fatica accumulata, Rubinstein partecipò al forte congresso della Federazione Scacchistica Tedesca. Qui la competizione fu più serrata. Condivise il primo posto con Oldrich Duras, totalizzando 12 punti su 17.
  4. Campionato di Varsavia (1912). Un evento locale ma significativo, che Rubinstein dominò vincendo il titolo cittadino e ribadendo la sua supremazia in patria.
  5. Vilnius (Campionato Pan-Russo – Agosto-Settembre 1912). L’ultimo tassello del “Grande Slam”. In questo torneo, che riuniva i migliori maestri dell’Impero Russo, Rubinstein trionfò nuovamente, battendo giocatori del calibro di Alekhine (che sconfisse in una famosa partita) e Nimzowitsch.
    Le statistiche di questo periodo (secondo i calcoli retrospettivi di Chessmetrics) sono sbalorditive. Il rating di Rubinstein tra il 1912 e 1913 raggiunse picchi che lo ponevano come il numero 1 al mondo, superando momentaneamente anche Lasker. La sua percentuale di vittorie in carriera si attestava su livelli eccezionali (+468 vittorie, -163 sconfitte, =293 patte).

Le Negoziazioni per il Titolo Mondiale
Rubinstein aveva dimostrato di essere superiore a qualsiasi altro sfidante di Lasker. Capablanca, sebbene brillante, era ancora giovane e aveva meno vittorie di torneo al suo attivo in quel momento.
Le negoziazioni iniziarono. Lasker, noto per chiedere borse in denaro molto elevate per mettere in palio il titolo, accettò la sfida di Rubinstein. Tuttavia, all’epoca lo sfidante doveva raccogliere i fondi per il montepremi e Rubinstein, proveniente da una famiglia povera e privo delle influenze sociali e diplomatiche di Capablanca, faticò enormemente a trovare finanziatori. Nonostante le difficoltà, un accordo fu infine raggiunto. Il match era programmato per l’autunno del 1914. Rubinstein trascorse diversi mesi a Bad Reichenhall nel 1913 per prepararsi, studiando le partite di Lasker e affinando il suo repertorio. Tutto sembrava pronto per l’incoronazione del nuovo “Re senza corona”.
Il grande torneo di San Pietroburgo del 1914 doveva essere l’ultimo test prima del match mondiale. L’evento fu strutturato in modo da far qualificare i primi cinque giocatori per una finale a doppio girone. Inaspettatamente, Rubinstein giocò in modo incerto nelle fasi preliminari. Contro ogni previsione, non riuscì a rientrare nei primi cinque, venendo eliminato prima della fase finale che vide poi il trionfo di Lasker davanti a Capablanca e Alekhine.
Questo fallimento fu uno shock per Rubinstein che non cercò scuse. Alcuni commentatori lo attribuirono alla stanchezza accumulata nel biennio precedente; altri videro i primi segni di quella fragilità nervosa che lo avrebbe poi consumato.
La sua eliminazione permise a Capablanca di consolidare la sua posizione come principale rivale di Lasker, offuscando momentaneamente la stella del polacco.

La Grande Guerra e la Fine delle Speranze
Pochi mesi dopo il torneo, l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo innescò la Prima Guerra Mondiale. L’Europa precipitò nel caos. I confini furono chiusi, i capitali destinati al montepremi del match mondiale furono dirottati altrove. Il match Lasker-Rubinstein fu cancellato sine die.
Rubinstein aveva 34 anni, l’età d’oro per uno scacchista dell’epoca. La guerra gli rubò i suoi anni migliori, un periodo in cui la comprensione del gioco e la sua resistenza fisica avrebbero dovuto condurlo al massimo livello. Mentre Capablanca trascorse gran parte della guerra nelle Americhe, relativamente al sicuro e scacchisticamente attivo, Rubinstein rimase isolato in Polonia, soggetto a privazioni morali e materiali. Quando nel 1918 la Grande Guerra ebbe fine, il mondo era cambiato e per Rubinstein il sogno di una vita era svanito per sempre.

Un Ritorno Difficile nell’Era Ipermoderna
Dopo la guerra, Rubinstein tornò alle competizioni, ma una nuova generazione di giocatori definiti “Ipermoderni”, guidata da Richard Réti, Aron Nimzowitsch e Savielly Tartakower, stava mettendo in discussione i dogmi classici che Rubinstein aveva contribuito a perfezionare. Inoltre, il trionfo di Capablanca, che divenne Campione del Mondo nel 1921 battendo Lasker, e l’ascesa di Alekhine resero la vita difficile ai maestri della vecchia guardia.
Nonostante ciò, Rubinstein vinse il torneo di Vienna nel 1922 con una prestazione dominante, dimostrando che il suo genio non si era spento. Tuttavia, la creatività e la forza di gioco raggiunti nel 1912 erano ormai un ricordo del passato. Alternava tornei brillanti a prestazioni mediocri, spesso macchiate da errori tattici grossolani inspiegabili per un giocatore della sua caratura. A volte, prima della sospensione del gioco, sigillava mosse che perdevano istantaneamente. Questi episodi alimentavano le voci sulla sua tenuta mentale.

Il Trasferimento in Belgio e le prime crisi psichiche fino al ritiro definitivo
Rubinstein nel 1917 si era sposato con Eugenie Lew e aveva avuto il primo figlio, Jonas, nel 1918.

Nel 1926 (anno in cui fu giocato a Budapest il torneo a cui si riferisce questo breve video) la sua famiglia lasciò la Polonia per stabilirsi in Belgio, prima a Bruxelles e poi ad Anversa nella speranza di trovare un ambiente più stabile e sereno. Tuttavia, la pressione economica non gli dava tregua. Rubinstein viveva di scacchi, e con il declino dei risultati, i premi in denaro divennero più scarsi.
Verso la fine degli anni ’20, i comportamenti eccentrici di Rubinstein iniziarono a trasformarsi in evidente patologia e la situazione si aggravò anno dopo anno. La diagnosi medica retrospettiva più accreditata parla di una forma di schizofrenia, aggravata da una severa antropofobia ovvero paura patologica delle persone e della società che porta all’isolamento assoluto.
Durante i tornei, Rubinstein spesso gesticolava attorno alla testa come per scacciare una mosca fastidiosa, benché nessuno vedesse alcun insetto. Più che un’allucinazione visiva, si pensa a pensieri ossessivi che lo tormentavano.
La sua fobia sociale divenne così acuta che Rubinstein non riusciva più a sopportare la presenza fisica dell’avversario o del pubblico. Dopo aver eseguito la sua mossa sulla scacchiera, correva a nascondersi in un angolo buio della sala da torneo, finché l’avversario non avesse mosso. Solo allora tornava di corsa al tavolo, muoveva, e fuggiva di nuovo.
Si racconta che in un periodo di crisi tentò di nutrirsi esclusivamente di coppe di gelato all’ananas per settimane, trascurando del tutto il suo benessere fisico.
La situazione divenne insostenibile nel 1932. Durante un torneo a Rotterdam, Rubinstein ebbe un crollo nervoso che gli impedì di giocare. Abbandonò il torneo e, di fatto, la carriera agonistica internazionale. Aveva 52 anni e per il resto della sua vita, non avrebbe più partecipato a grandi competizioni, ritirandosi in un isolamento assoluto.

La Vita nel Sanatorio e gli anni della Guerra
Dopo il ritiro, Rubinstein trascorse lunghi periodi in istituti psichiatrici, in particolare presso la clinica Titeca a Bruxelles. Qui viveva lontano dagli occhi della gente, perso nel suo mondo interiore. La sua famiglia, la moglie Eugenie e i figli Jonas e Sammy (nato nel 1927), cercava di sopravvivere gestendo un piccolo ristorante.
Quando la Germania nazista invase il Belgio nel 1940, la vita degli ebrei divenne un incubo.
La sopravvivenza di Rubinstein, un ebreo polacco famoso, ha generato racconti che sconfinano nella leggenda. La storia più nota, raccontata anche dal Gran Maestro Miguel Najdorf, narra che quando la Gestapo andò a prelevarlo al sanatorio, gli ufficiali lo interrogarono. Gli chiesero se fosse felice lì. Lui rispose di no. Si racconta che allora gli fu chiesto se preferisse lavorare per la Wehrmacht in Germania. Rubinstein rispose con entusiasmo: “Sarei felicissimo di farlo!”. I nazisti, nell’udire le sue risposte, lo considerarono del tutto matto e decisero che era inutile deportarlo.
Altri ritennero invece che il suo comportamento davanti alla Gestapo fosse studiato, una sorta di calcolo strategico. Tuttavia, storici come Edward Winter e i biografi Donaldson e Minev sostengono che Rubinstein riuscì a sopravvivere perché la direzione del sanatorio Titeca riuscì a proteggerlo dichiarandolo non trasportabile a causa della sua grave condizione psichiatrica. Egli in tal modo rimase nascosto e protetto dalle mura dell’istituto.
La sua famiglia, invece, subì una sorte diversa. La moglie Eugenie fu costretta a nascondersi, lavorando in incognito nella cucina di un castello per sfuggire ai rastrellamenti. Ma il destino più crudele toccò al figlio minore, Sammy. Nel 1943, a soli 16 anni, Sammy fu catturato dalla Gestapo e internato nel campo di transito di Malines, il punto di partenza dei convogli verso Auschwitz. Sammy trascorse lì un anno e mezzo in condizioni descritte come “infernali”. La sua sopravvivenza fino alla liberazione del campo da parte degli inglesi nel settembre 1944 è considerata quasi miracolosa. Questa tragedia familiare segnò profondamente gli anni successivi alla guerra, aggiungendo un altro trauma alle sofferenze mentali di Akiba.

Il Dopoguerra, la morte e la sua eredità scacchistica
Dopo la guerra, la famiglia si riunì, ma le condizioni economiche rimasero precarie. Nel 1948 fu lanciato un appello internazionale per raccogliere fondi a favore di Rubinstein. Nonostante il suo isolamento, il mondo degli scacchi non lo aveva dimenticato. Nel 1950, quando la FIDE istituì ufficialmente il titolo di Grande Maestro Internazionale, Rubinstein fu uno dei primi a riceverlo honoris causa, un meritato riconoscimento della sua grandezza.
Rubinstein riceveva occasionalmente visite da grandi giocatori come Miguel Najdorf, Daniel Yanofsky e Alberic O’Kelly. Si racconta che, durante queste visite, sebbene fosse poco comunicativo, quando si mettevano i pezzi sulla scacchiera, la sua mente si riaccendeva. Analizzava posizioni con la stessa lucidità di un tempo, dimostrando che la malattia non aveva oscurato il suo talento, ma solo la sua capacità di vivere nel mondo.
Dopo la morte della moglie Eugenie nel 1954, Rubinstein, ormai incapace di badare a se stesso, si trasferì in una casa di riposo per anziani ad Anversa. I suoi figli ricordano di aver analizzato con lui le partite del match mondiale Botvinnik-Smyslov del 1954; il vecchio maestro seguiva ancora con interesse l’evoluzione del gioco che aveva contribuito a plasmare.
Akiba Rubinstein si spense il 14 marzo 1961 ad Anversa, all’età di 80 anni. Morì lontano dai riflettori che avevano illuminato la sua giovinezza, ma la sua eredità scacchistica era ormai immortale.
Rubinstein non scrisse libri, ma le sue partite costituiscono quello che Mikhail Botvinnik definì “un libro di testo fondamentale” per ogni aspirante maestro. Il suo contributo alla teoria delle aperture è vastissimo; esistono varianti “Rubinstein” in quasi tutte le aperture principali. Ne ricordiamo alcune: la difesa Francese (variante 3…dxe4). La difesa Nimzoindiana (la variante 4. e2-e3). Il Gambetto di Donna (La variante di Merano con …a6). La partita dei 4 Cavalli con 4. Ab5, ecc.

È opinione comune tra i grandi maestri che Rubinstein sia stato il più grande virtuoso dei finali di torre di tutti i tempi. La sua abilità in questo settore non era basata solo sul calcolo, ma su una comprensione quasi intuitiva dell’attività dei pezzi.
Contro Spielmann a San Pietroburgo nel 1909 giocò una partita leggendaria. Raggiunto un finale di torri con pedoni pari (4 contro 3 sull’ala di Re per Rubinstein) vide una possibilità di vittoria basata sulla debolezza delle isole pedonali di Spielmann.
L’intuizione geniale risiedeva nello zugzwang: Rubinstein costrinse i pezzi di Spielmann in posizioni passive, paralizzandoli, per poi penetrare con il Re e la Torre manovrati con una coordinazione perfetta. La partita è tuttora studiata per insegnare l’importanza dell’attività del Re nei finali.
Ecco la partita commentata (è possibile impostare sottotitoli in italiano):

Mikhail Botvinnik considerava Rubinstein uno dei suoi maestri spirituali, lodando la sua capacità di legare l’apertura al finale in un unico piano coerente.
L’ex campione del mondo russo Vladimir Kramnik ha citato Rubinstein come un precursore del gioco posizionale moderno, capace di una profondità che anticipava gli odierni motori scacchistici.
Garry Kasparov ha ripreso ed elaborato questo concetto nel suo volume “I Miei Grandi Predecessori, Vol. 1”, esaltando il pensiero di Rubinstein che ha definito come uno dei padri della scuola posizionale sovietica.
Boris Gelfand, lo sfidante di Anand al titolo mondiale nel 2012, ha dichiarato: “Tutto ciò che mi piace negli scacchi viene da Akiba”. Gelfand ha studiato centinaia di partite di Rubinstein, cercando di replicarne la logica “dal primo all’ultimo tratto” e gli ha dedicato un libro molto interessante: ”Il processo decisionale negli scacchi”.
Riassumiamo alcune riflessioni di Gelfand: Akiba Rubinstein amava giocare “piani estesi”, partendo da posizioni equilibrate. Gli bastava un leggero vantaggio di spazio o una struttura pedonale superiore. Il suo era uno stile “classico”. Alla fine del suo piano a lungo termine egli convertiva il suo vantaggio in finali condotti in modo straordinariamente preciso.
Secondo Gelfand, il metodo seguito da Rubinstein nel convertire il vantaggio posizionale era la “flessibilità”: non si può vincere basandosi su un’unica idea strategica. Bisogna saper cogliere le occasioni che si presentano durante la partita per trasformare il proprio vantaggio in qualcosa di concreto: restituire un pedone per migliorare la posizione dei pezzi, sferrare l’attacco partendo da una struttura pedonale superiore, guadagnare un pedone per vincere il finale, ecc.
Secondo Gelfand, il giocatore che più somiglia oggi ad Akiba Rubinstein, è Magnus Carlsen. Vorrei aggiungere che il paragone con Carlsen mi sembra particolarmente riuscito: anch’io sono rimasto spesso stupefatto nel vedere come l’ex campione del mondo spesso giochi l’apertura senza addentrarsi in sfide teoriche e semplifichi la posizione nel mediogioco per entrare in finali apparentemente patti. Eppure, manovrando semplicemente i pezzi alla ricerca di microscopici vantaggi, come Rubinstein, anche Magnus Carlsen man mano costringe l’avversario all’errore e lo sfrutta con implacabile maestria tecnica.
Gelfand commenta, all’inizio del suo volume, una bellissima vittoria di Rubinstein contro Schlechter (altro famoso campione dell’epoca) a San Sebastian nel 1912, il suo anno d’oro.
In questa occasione, Rubinstein gioca uno dei finali di torre che l’hanno reso celebre provocando, fin dalla 13^ mossa, debolezze nella posizione del N. e guadagnando spazio sul lato di Re.
Gelfand commenta la sua storica vittoria così: “La conversione del vantaggio avviene con incredibile precisione il che ci fa ammirare i programmatori che hanno creato i più forti motori d’analisi dei nostri giorni, i quali sono in grado di trovare tutte le mosse giocate da Rubinstein e di valutarle correttamente come le più forti in assoluto”.

Ecco la straordinaria vittoria di Rubinstein e il suo immortale finale di torri:

In conclusione, possiamo dire che la vita di Akiba Rubinstein, uno dei più grandi scacchisti della storia, ci racconta che il genio è spesso fragile, che la storia può schiacciare l’individuo, e che la mente umana può toccare vette di pura logica per poi smarrirsi nel labirinto delle proprie paure.

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