Tu non sai cosa hanno fatto a me
Come si è detto nel pezzo precedente un distaccamento di soldati tedeschi (circa ottanta uomini) sapeva già del nostro arrivo in città a Borgotaro e ci attendeva armato di tutto punto, al riparo della palazzina di proprietà dei fratelli Cacchioli, borgotaresi, partigiani, che agivano nel Massese tra la Galleria del Borgallo e Grondola Guinadi, località in giurisdizione a Massa Carrara. Ma torniamo a Borgotaro…
l’impresa era quanto mai ardua per noi ma per fortuna i comandanti di distaccamento e di Divisione Julia che comandavano le sorti della battaglia si dimostravano all’altezza dell’arduo compito in quanto reduci delle esperienze fatte al fronte, in guerra, come ufficiali del Regio Esercito.
La fortificazione della palazzina si dimostrava peraltro un ostacolo quasi insormontabile e a tutta prova contro le armi tradizionali.
Lo Sten, ossia il mitragliatore inglese (fino alla distanza dei 100 metri micidiale come arma) di cui eravamo muniti e che ci avevano paracadutato tempo addietro gli aerei degli Alleati, nei piani dei nostri comandanti si rivelò determinante ALLA CONDIZIONE di penetrare nell’edificio, e piazzare l’esplosivo in quantità tale da rendere impossibile permanervi dopo l’esplosione progettata dal Comando.
Un compito rischiosissimo, e occorrevano dei volontari per tutto ciò.
Per piazzare l’esplosivo all’interno si fece avanti il manipolo di artificieri di stanza a “Pozzo” che si portarono addietro l’esplosivo a loro necessario.
Occorreva però che a loro volta fossero protetti dall’esterno da altri patrioti armati di sten o fucile mitragliatore e fossero coperti da un incessante fuoco di copertura per il tempo necessario allo svolgimento del loro compito e qui occorrevano altri volontari muniti –appunto– di Sten che con un fuoco di copertura parossistico dall’esterno impedissero ai tedeschi di “”affacciarsi” alle finestre e quindi di sparare contro di noi.
Volontari si definiscono coloro che non essendo obbligati si offrono a svolgere una missione ad alto rischio e nel nostro caso ce n’era a josa del rischio. Fummo interpellati di persona e io fui tra quelli che si offrirono volontari per eseguire l’arduo compito, dimentico delle raccomandazioni di mamma… bell’incosciente… La battaglia quindi iniziò e durò due giorni e una notte.
Puntualizzo che in attesa dell’assalto finale riposammo a turno -si fa per dire– nelle case adiacenti la palazzina dei Cacchioli e finalmente dalla stessa palazzina–caserma i tedeschi uscirono con bandiera bianca, comandati da un tenente, giovanissimo, che ci informò della morte del capitano loro comandante per cui, considerava INUTILE continuare la lotta –Lui- che gli era subentrato nel comando – chiedeva di accettare la resa. La richiesta fu accolta dai nostri maggiorenti (con in testa il comandante di Divisione Julia –“Libero”– ossia Brindani Primo di Borgotaro).
Allo stesso tempo delle trattative, i feriti, anche tedeschi, venivano trasferiti all’Ospedale locale e nell’attesa del loro turno giacevano su barelle improvvisate.
Uno di essi, un anziano, recitava sommessamente in latino l’Ave Maria e mi commosse: a mio parere era un sacerdote, una sorta di cappellano militare. Era ferito, ferito gravemente, mezzo viso devastato.
Renato, nome di battaglia di Lepera Fortunato calabrese, minacciava di sparargli per finirlo ma io glielo impedii, anche bloccandolo con la forza. E lui urlava: tu non sai cosa hanno fatto a me!
Evidentemente si riferiva alla sua prigionia dalla quale era evaso saltando scalzo dal cassone di un camion in piena corsa durante un trasferimento.
Un paio di giorni di relativo riposo per noi e poi via: ordine di raggiungere Salsomaggiore; naturalmente a piedi…
Ma questo è un altro discorso…

