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Don Pietro Carrera e la nascita della Difesa Siciliana

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Il gioco degli scacchi, nel corso dei secoli, non è stato soltanto una competizione di calcolo e strategia, ma un riflesso delle dinamiche culturali, sociali e filosofiche delle epoche che lo hanno attraversato. Esempio illuminante di questa evoluzione è la Difesa Siciliana che, introdotta secoli fa, rappresenta oggi un pilastro fondamentale della teoria moderna.
Prima, il panorama scacchistico era quasi interamente dominato dalle cosiddette “Partite di Re”. La configurazione “simmetrica” (1. …e7-e5 in risposta all’apertura con il pedone di Re, tipica della Partita Spagnola, della Partita d’Alfiere, del Gambetto di Re, o della Partita Italiana) prevedeva per entrambi i colori l’occupazione del centro del campo di battaglia. In questo contesto, deviare dalla simmetria era percepito non solo come un errore tecnico, ma quasi come una mancanza di spirito cavalleresco, poiché si evitavano gli attacchi immediati sul Re e i vari gambetti tipici del gioco “aperto”.
Nel diciottesimo e soprattutto nel diciannovesimo secolo, tuttavia, si fece strada la teoria moderna, basata su un controllo del centro attraverso solide strutture pedonali. E così, nacquero la difesa Francese e la Caro-Kann e si rivalutò la formazione di un centro arretrato, ma dinamico di pedoni, il cosiddetto “piccolo centro” (e7-e6 e d7-d6) tipico della struttura siciliana.
Per secoli, l’origine del nome “Difesa Siciliana” è rimasta avvolta nel mistero. La risposta …c7-c5, come vedremo, risale alla fine del quindicesimo secolo e prese piede nel sedicesimo secolo in Sicilia dove il gioco ebbe grande diffusione. Tutto lascia immaginare che il nome sia legato ai giocatori che per primi la studiarono e l’adottarono con continuità nel XVI secolo.
A lungo si ipotizzò che il termine potesse risalire a un sacerdote di Militello, don Pietro Carrera, il quale analizzò la difesa in uno dei suoi famosi libri scritti nel diciassettesimo secolo. Ma procediamo con ordine.

La Sicilia del cinquecento: crocevia di potere e intelletto
Per comprendere l’origine della Difesa Siciliana, è indispensabile fare un tuffo nel passato e immergersi nel contesto socio-culturale della Sicilia rinascimentale. Sotto il dominio dei viceré spagnoli, l’isola non era solo una fortezza militare nel cuore del Mediterraneo, ma un centro culturale dove il gioco degli scacchi (basato sull’abilità e non sulla fortuna o sull’azzardo) godeva di un prestigio senza pari. In questo periodo, gli scacchi erano ufficialmente considerati il “gioco di corte”, praticato dalla nobiltà e dai regnanti come segno di distinzione intellettuale. L’Italia (e la Sicilia in particolare) divenne la patria di campioni come Leonardo da Cutro (detto il Puttino), Gioacchino Greco e Paolo Boi, il siracusano, che le corti di tutta Europa si contendevano.
La cultura scacchistica siciliana affondava le sue radici in una tradizione secolare, addirittura leggendaria. Si racconta di Macalda di Scaletta, una famosa nobildonna protagonista dei Vespri siciliani alla fine del tredicesimo secolo, la quale aveva imparato il gioco durante la prigionia nel castello di Matagrifone e che sfidò e sconfisse l’emiro Margam bin al-Qasim.
Nel periodo rinascimentale, i maestri siciliani erano molto famosi e apprezzati. In Sicilia, a quei tempi, era in voga il gioco c.d. “alla rabiosa”, con le attuali mosse di Donna e Alfiere, che anticipò gli scacchi moderni.
Chi furono quindi i giocatori siciliani che per primi uscirono dalle vie battute e sperimentarono la nuova difesa sfidando le concezioni all’epoca dominanti? Non abbiamo certezze, possiamo solo fare delle supposizioni.

Don Pietro Carrera, nato nel 1573 a Militello in Val di Catania (o Militello in Val di Noto), famoso per il monumentale trattato Il gioco de gli scacchi apparso nel 1617, fu uno dei primi studiosi che dedicò alcune pagine all’analisi della mossa 1… c5. Pertanto, il merito della odierna denominazione fu a lungo attribuito al sacerdote di Militello, il quale trascorse buona parte della sua vita in Sicilia prima di morire a Messina nel 1647.
Il Carrera tuttavia non rivendicò mai la paternità dell’apertura, limitandosi a descriverla come un metodo nuovo e ancora poco esplorato per uscire dai sentieri battuti della teoria dell’epoca.
Carrera è stato uno studioso ed erudito molto controverso. Noto anche per le sue attività di storico… “falsario”, pare abbia manipolato alcuni documenti per magnificare le vicende della sua terra natia. Egli era anche un discreto scacchista e probabilmente gli era capitato di affrontare in più di una partita la difesa 1. c7-c5.
Nel suo trattato egli menziona diversi giocatori siciliani dell’epoca: un certo Armini (anche lui di Militello) Branci, legato alla corte del marchese Francesco Branciforte, suo mecenate, e don Matteo Li Genchi (Don Matteoli Genchi di Termini Imerese). Famosi in quel periodo storico, questi giocatori vissero durante il XVI secolo, sotto l’impero di Carlo V d’Asburgo.
Sono i primi scacchisti siciliani di cui si abbia una traccia scritta. Carrera li descrive come “giocatori di molto nome”, a testimonianza del prestigio di cui godevano nelle corti siciliane dell’epoca.

Il più noto fu Don Matteoli di Termini Imerese. Carrera documenta la sua opera nel dodicesimo capitolo del suo trattato, inserendolo tra coloro che hanno nobilitato il gioco non solo con la pratica, ma anche con la scrittura.
A tal proposito, occorre chiarire che nel Cinquecento e nel Seicento la notazione basata sulle coordinate moderne (come e2-e4 – c7-c5) non era ancora in uso. Quel sistema, noto come notazione algebrica, fu introdotto in una forma embrionale solo nel 1737 dal siriano Philip Stamma e divenne lo standard mondiale molto più tardi, tra il XIX e il XX secolo.
Pietro Carrera e Giulio Cesare Polerio (altro grande studioso di cui parleremo più avanti) analizzavano le posizioni utilizzando un metodo narrativo e descrittivo. Ecco come funzionava: le mosse venivano spiegate con intere frasi o espressioni colloquiali che descrivevano il pezzo mosso e la sua destinazione in relazione alla posizione iniziale. Ad esempio, invece di scrivere 1. e4, si scriveva “Il pedone del Re in quattro case”, (in inglese “Pawn to King’s Fourth” ).
Nel suo trattato, Carrera utilizzava termini come “casa del Cavallo”, “Pedon del Re”, “casa del Rocco” (Torre) o “quarta dell’Alfino”. Le case non avevano nomi univoci come “a1” o “h8”, ma venivano identificate in base al pezzo che le occupava all’inizio della partita (es. la casa davanti al Re, la casa del Cavallo di Donna). Inoltre, gli studiosi accompagnavano le sequenze di mosse con commenti discorsivi in italiano antico per spiegare la validità di una strategia. Ad esempio, descrivevano il vantaggio di un giocatore dicendo che “resta con buonissima postura di poter vincere il gioco sapendo guidarlo”.
Alcuni maestri italiani del XVI secolo sperimentarono anche un sistema che numerava le case da 1 a 64, partendo solitamente dalla casa h1 e procedendo per file fino a a8, ma si trattava di un metodo molto diverso dalle attuali coordinate cartesiane.
Insomma, i libri di quell’epoca sembrano oggi dei racconti o dei verbali di sfida, dove la logica del gioco veniva trasmessa più attraverso le parole che attraverso i simboli tecnici.

Giulio Cesare Polerio e la Difesa Siciliana
Se la Sicilia fornì il contesto culturale e agonistico, Giulio Cesare Polerio fu l’uomo che per primo trasformò la pratica del gioco in una narrazione scritta. Nato a Lanciano intorno al 1548, Polerio si trasferì a Roma dove divenne una figura centrale della scuola scacchistica italiana. La sua vita fu legata a quella del famoso Giovanni Leonardo di Bona nato a Cutro nei pressi di Crotone, detto “Il Puttino”, uno dei più grandi campioni dell’epoca.
Nel 1575, Polerio accompagnò Leonardo a Madrid per una serie di storiche sfide alla corte di Filippo II, agendo come un vero e proprio collaboratore e studioso (oggi diremmo fu il suo “secondo”) prendendo appunti sulle innovazioni dei maestri spagnoli. Ricordiamo che Leonardo da Cutro, in quella occasione, sfidò e batté il celebre Ruy López de Segura che lo aveva sconfitto in precedenza. Si trattò di una sorta di “mini torneo” al quale parteciparono un altro grande del tempo, Paolo Boi il siracusano e lo spagnolo di Granada, Alfonso Ceron.
Anche Polerio studiò il gioco che nasce dalla spinta 1… c5, ma non usò mai il termine “Difesa Siciliana”. La descrizione di questo impianto è stata rintracciata in un suo codice del 1594.

Giulio Cesare Polerio scrisse diverse opere di grande importanza, come il celebre Codex Boncompagni-Ludovisi, dedicato al principe Giacomo Boncompagni. In questi volumi, egli non si limitò a trascrivere partite famose, ma analizzò sistematicamente quasi cento diverse aperture, documentando per la prima volta l’uso dell’arrocco e studiando attacchi aggressivi che avrebbero influenzato i secoli a venire.
Se nemmeno il Polerio può rivendicarne la paternità, allora a chi si deve l’adozione del nome “Difesa Siciliana”?
Un importante tassello del puzzle è emerso solo nel 2002 grazie a una importante scoperta in Polonia. Presso la biblioteca del castello di Kórnik, è stato rinvenuto un manoscritto di Gioachino Greco, detto “il Calabrese”, risalente al 1623. In questo testo, scritto durante il suo soggiorno in Inghilterra, Greco utilizza esplicitamente l’espressione “Il Giocho Siciliano” per descrivere la sequenza 1. e4 – c5.
Si pensa che Greco scelse questo nome non soltanto in onore di don Pietro Carrera e del suo trattato, ma anche perché la difesa era stata introdotta e resa popolare dai giocatori siciliani nella pratica agonistica delle corti mediterranee.
Fatto sta che la denominazione rimase confinata nei manoscritti per quasi due secoli, finché l’inglese Jacob Henry Sarratt, riscoprendo proprio questi rari testi italiani all’inizio del XIX secolo, decise giustamente di assegnare alla difesa 1…c5 il termine “Sicilian Defence”. Da quel momento, il nome divenne leggenda, e legò per sempre l’apertura all’isola che l’aveva vista nascere.
Certamente, Jacob Henry Sarratt consacrò ufficialmente il nome “Difesa Siciliana” in omaggio all’autorità teorica del Carrera, ma non dimentichiamo che nel sedicesimo secolo ci fu un grande giocatore siciliano che incantò il mondo degli scacchi.
Parliamo di Paolo Boi “il Siracusano”.

Paolo Boi, l’astro della scuola siciliana e italiana del ‘500
Nato a Siracusa nel 1528 da una famiglia di nobili origini, Paolo Boi fu una delle figure più celebri e carismatiche della grande scuola scacchistica siciliana del Rinascimento. Lontano dall’immagine dello scacchista riflessivo, immerso nei suoi studi teorici, le fonti lo descrivono come uomo d’azione (soldato, marinaio nonché poeta) dotato di un’irrequietezza che lo spinse a viaggiare incessantemente attraverso l’Europa, dove venne accolto nelle corti più prestigiose con onori quasi regali.
La sua fama era tale che le sue partite venivano seguite come eventi pubblici e le sue vittorie celebrate come trionfi nazionali. Famosa era anche la sua capacità di giocare “a tempo”, con una rapidità di esecuzione e una prontezza tattica che mettevano in difficoltà avversari abituati a lunghe riflessioni. Questo stile dinamico, unito a una visione strategica profonda, lo rese uno degli scacchisti più temuti del suo secolo, tanto da essere considerato il miglior giocatore del mondo dopo la morte di Leonardo da Cutro, detto il Puttino, nel 1587.
Pur non avendo lasciato opere scritte, Paolo Boi esercitò un’influenza decisiva sulla tradizione siciliana del gioco, come testimonia il suo rapporto diretto con Pietro Carrera, che lo celebrò come uno degli “astri maggiori” della sua epoca nel suo famoso trattato.
La scarsità di testimonianze documentali non ci permette di affermare con sicurezza che Paolo Boi “Il siracusano” o altri campioni del tempo adottassero la difesa che oggi chiamiamo “Siciliana”, ma possiamo dire con certezza che il nome fa riferimento alla scuola scacchistica siciliana e ai forti giocatori dell’isola che vissero in quel periodo, nonché all’opera del Carrera che, assieme al Polerio, fu il primo ad analizzarla nel suo trattato sugli scacchi.

L’Ottocento: da Staunton a Louis Paulsen
Il XIX secolo segnò il passaggio della Siciliana da curiosità accademica a rispettata arma adoperata da molti campioni. Sebbene grandi esperti come Philidor l’avessero inizialmente sottovalutata, definendola di carattere solido e difensivo, il clima cambiò radicalmente con l’avvento dell’era dei grandi match internazionali. Un momento di svolta fu la celebre sfida del 1834 tra La Bourdonnais e McDonnell, dove la Siciliana venne giocata con frequenza, dimostrando la sua validità ai massimi livelli.
Howard Staunton, per molti anni considerato l’autorità suprema degli scacchi inglesi, divenne uno dei suoi più accaniti sostenitori, arrivando a definirla come la miglior risposta possibile a disposizione del Nero contro l’apertura di Re. Secondo Staunton, la capacità della Siciliana di contrastare il controllo centrale del Bianco offriva prospettive di vittoria superiori rispetto alle difese simmetriche.
Un altro gigante dell’Ottocento che impresse una svolta decisiva fu il tedesco Louis Paulsen. Intorno al 1870, Paulsen introdusse innovazioni strutturali profonde, come la mossa 2… e6, che ancora oggi porta il suo nome e ha dato origine a diverse varianti. Le sue idee sulla solidità e sulla flessibilità della posizione influenzarono non solo il primo campione del mondo Wilhelm Steinitz, ma gettarono le basi per le analisi della scuola russa del secolo successivo.
Allo scacchista russo Fëdor Duz-Khotimirsky si deve lo studio di un’altra famosa variante della difesa siciliana caratterizzata dallo sviluppo dell’alfiere in fianchetto. Nel 1901 la chiamò del “Dragone” per la somiglianza della struttura pedonale (d6, e7, g6, h7) con la costellazione omonima.
Agli inizi del ventesimo secolo, la Siciliana aveva ormai acquisito una dignità teorica molto solida, con una distinzione sempre più netta tra le varianti “aperte”, caratterizzate da scontri tattici violenti, e quelle più posizionali.

Il trionfo contemporaneo: l’era di Fischer e Kasparov
La seconda metà del XX secolo ha segnato la definitiva esplosione della Difesa Siciliana, trasformandola nell’arma preferita dei campioni mondiali. I due nomi che hanno impresso indelebilmente il loro marchio su questa apertura sono Bobby Fischer e Garry Kasparov.
Fischer, in particolare, divenne un maestro ineguagliabile della Variante Najdorf, (dal grande maestro argentino che la adottò e la studiò) utilizzandola con una precisione micidiale per sconfiggere i suoi avversari. Egli adottò a lungo (giocandola anche in una partita della sfida mondiale del 1972 contro Boris Spassky) una particolare e rischiosa linea della Najdorf, la c.d. variante del “pedone avvelenato” in cui il N. cattura un pedone in b2 e lo difende strenuamente senza temere che la Donna possa finire intrappolata dalle manovre del Bianco.

Con i colori bianchi, Fischer amava demolire le linee che considerava più “deboli”, come la variante del Dragone in cui il N. fianchetta l’Alfiere di Re. Una delle sue imprese più celebri fu la vittoria con il B. contro Bent Larsen nel 1958, in cui dimostrò come travolgere in appena 31 mosse l’arrocco del N. con le manovre coordinate di Donna, pezzi e pedoni. Ma la vitalità della Difesa Siciliana ha sempre sorpreso i suoi detrattori: basti pensare che il N. ha sempre trovato le giuste contromisure in ogni variante per contrastare gli attacchi e anche il famigerato Dragone è ancora oggi giocato da numerosi maestri.
Garry Kasparov, miglior giocatore al mondo dal 1985 al 2000, ha portato la Difesa Siciliana a nuovi livelli di profondità analitica attraverso lo studio sistematico e l’esperienza diretta di centinaia di partite ad alto livello. La sua capacità di gestire le posizioni estremamente dinamiche e tatticamente ricche, ha reso la Siciliana nelle sue mani un’arma micidiale.
Kasparov la utilizzava per acquisire l’iniziativa fin dall’apertura mediante taglienti contrattacchi, dove ogni mossa era finalizzata a creare squilibri.
Il successo della Siciliana negli scacchi moderni risiede in ragioni tecniche e psicologiche precise. A differenza delle risposte simmetriche, essa crea uno sbilanciamento immediato che impedisce al Bianco di puntare a raggiungere posizioni equilibrate. Il N. concede un leggero vantaggio di spazio, ma in compenso il suo “piccolo centro” è molto solido e il controgioco può esplodere all’improvviso con una spinta centrale (in …d5 oppure in …e5) effettuata al momento giusto.
Inoltre, la Siciliana non è un’apertura monolitica, ma un complesso sistema difensivo che spazia dalla ferocia tattica del Dragone, con attacchi contrapposti sui rispettivi arrocchi, alla flessibilità delle varianti Kan-Paulsen-Taimanov (amate dall’ex campione del mondo Tigran Petrosian e oggi spesso giocate da Carlsen, Anand e Caruana).
Per il Bianco e il Nero c’è solo l’imbarazzo della scelta. I sistemi giocabili sono innumerevoli e attorno a ciascuno di essi si è sviluppata una mole di teoria gigantesca.
Pensiamo alle varianti Scheveningen e Najdorf (predilette da Kasparov e Tal) alle varianti “classiche” (da cui derivano i sistemi Rauser e Sozin con lo sviluppo dei cavalli in …f6 e …c6, preferiti da Kramnik e Ivanchuk). Oppure alle varianti moderne con la spinta in …e5, (Schvesnikov e Kalasnikov) a lungo considerate antiposizionali per l’indebolimento strutturale della casa …d5, ma oggi rivalutate e giocate anche da Carlsen, Caruana e tanti altri campioni.

Conclusione: l’eredità immortale dei maestri siciliani
Oggi, la presenza della Difesa Siciliana è costante in ogni grande torneo internazionale. Quella che era nata come una sfida dei maestri siciliani del XVI secolo, desiderosi di rompere gli schemi usuali, si è trasformata nell’emblema di uno stile di gioco moderno, dinamico e aggressivo.
La difesa Siciliana fa parte (assieme all’apertura Spagnola, o Rui Lopez) della storia stessa degli scacchi. Dai codici di Polerio, redatti all’ombra del Vaticano, ai trattati di Carrera, fino alle scoperte nei castelli polacchi e alle vittorie di Kasparov e Carlsen, questa apertura ha dimostrato che la complessità e l’asimmetria sono strumenti al servizio della creatività e del bel gioco. Una filosofia che insegna a non temere lo squilibrio e a cercare il controgioco fin dalle prime mosse. Il suo successo attuale è il più grande omaggio possibile a quei maestri rinascimentali che, secoli fa, videro nel pedone laterale spinto di due passi il seme di una rivoluzione scacchistica.

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