Pallacanestro Trieste, così non va: ora fatti e non parole
TRIESTE. Lasciamo perdere gli algoritmi, l’incrollabile fiducia in catartici play-off e le stucchevoli dichiarazioni di dopogara nelle quali manca l’unica parola sensata da pronunciare e cioè «Scusateci». Lasciamo perdere un allenatore che forse non crede nemmeno più lui in quello che sostiene o una squadra che incassa passivamente tre umiliazioni in un mese senza reagire o una società che non pare rendersi conto di uno scollamento ormai profondo con la tifoseria.
Cinque le squadre più forti
Stiamo ai fatti. Erano cinque le squadre sulla carta più solide del girone rosso, con Trieste e Udine su tutte. Nessuno aveva dubbi su questo, la scorsa estate. Ebbene, alla fine della prima fase la Pallacanestro Trieste è l’ultima del quintetto. Ha due punti di distacco da Udine e Verona terze ma in realtà per rimontarle dovrebbe vincere due incontri in più visto che il saldo canestri è negativo con entrambe. Negli scontri diretti con le grandi del girone infatti la squadra di Jamion Christian ha reso il saldo canestri a tutte. Non ha saputo difendere neanche il +17 con Forlì, ammesso che potesse ancora servire.
Una media superiore ai 90 punti
Proseguiamo con i fatti. Nelle ultime quattro partite Trieste subisce una media superiore ai 90 punti. Li ha incassati persino da Chiusi, ultima. Gm e coach hanno obiettato: «Dobbiamo tornare a essere la difesa che eravamo». Sicuro. Ma come lo si fa? Il mantra del «Torniamo a lavorare» ormai è improponibile, viene ripetuto da settimane però il responso della domenica è lo stesso: squadra in caduta. E allora non sarà che in settimana si lavora male? Non sarà che ci si ostina a dare a un gruppo un’identità sbagliata? Non sarà che prima di professare fiducia nei play-off bisognerebbe mettersi in discussione? L’allenatore è davvero convinto che il lavoro che ha impostato possa portare la squadra da qualche parte? Il gm è davvero convinto che un coach senza esperienze di team senior nè di formazioni europee possa essere l’uomo giusto per vincere la A2 italiana? Otto sconfitte nella prima fase per una Trieste partita da favorita la raccontano altrimenti.
Le responsabilità
Un blocco di 22 partite è sufficiente per dare risposte. E bocciature. Infatti c’è anche un punto nel quale le responsabilità dell’allenatore lasciano il posto anche a quelle dei giocatori. Il rendimento di alcuni è insoddisfacente e c’è chi in questa squadra doveva avere ruoli cardine. Ariel Filloy, ad esempio. Doveva essere l’uomo dell’ultimo tiro, il valore aggiunto. Sta tirando con percentuali pessime e non è un leader in campo. Da Ferrero poco o nulla finora. Il minutaggio aumentato dall’assenza di Reyes non sposta il rendimento complessivo di Campogrande.
L’involuzione di Candussi
L’involuzione più preoccupante dell’ultimo mese però è quella di Candussi. Colpendo di gancio o semigancio era stato uno dei segreti della lunga striscia vincente. Adesso invece è tornato a tirare quasi esclusivamente da tre punti (male, per giunta), lasciando la lotta sotto ai tabelloni al solo granitico Vildera. Se è un dettame tattico, male: colpa di chi lo ha deciso. Se il centro segue invece il suo istinto, male comunque perchè non dà quello che servirebbe.
Rimontare quasi proibitivo
Trieste affronta la fase a orologio da quinta con larghissime probabilità di rimanere tale. Rimontare è quasi proibitivo, subire sorpassi impossibile. Alle prossime dieci partite, nella speranza di inserire presto Reyes, va dato un senso. Il rischio concreto è che il PalaTrieste si svuoti sempre più. Sugli spalti non ci vanno gli algoritmi, sarà il caso di tenerlo presente.

