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La Pallacanestro Trieste senza un’identità rimane sul fondo, la società: «Legovich mai in discussione»

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TRIESTE Ultimo posto in solitudine. Presenze all’Allianz Dome in vistoso calo. Una media di oltre 20 punti di scarto nelle tre sconfitte casalinghe. Unico club di serie A senza main sponsor.

C’è poco da cercare sfumature nella fotografia del momento vissuto dalla Pallacanestro Trieste. Il basket triestino attraversa un momento estremamente difficile. Ne ha già vissuti in passato, perchè da queste parti i periodi belli hanno sempre il timer. Essere abituati a vivere sul filo è stressante ma almeno insegna a confrontarsi con la realtà senza isterismi. Ad esempio non si sacrifica subito il più comodo capro espiatorio a disposizione nello sport. Il tecnico. «La posizione del nostro capo allenatore Marco Legovich non è mai stata messa in discussione», ha dichiarato ieri il presidente Mario Ghiacci riferendosi a «informazioni circolate destituite da ogni fondamento».

I PROBLEMI La squadra non ha ancora quell’identità che Legovich voleva darle. Difende concedendo troppe pause, non ha fantasia nè nerbo, in attacco vive sulla vena e i personalismi degli esterni. Sul piano individuale alcune scommesse non hanno pagato: Campogrande ala titolare da 3 punti di media, Gaines che doveva essere il sesto uomo di qualità non dà personalità nè leadership, Spencer non intimidisce e non dà punti, Pacher fa poco per dimostrare di essere un lungo Usa da A. Manca quella disperata fame di punti che servirebbe per non rendere certi confronti tristemente scontati. Trieste non può permettersi di non lottare. Il coach nel dopogara contro Tortona ha riconosciuto: «Ci abbiamo provato». Vero. Ma il passo avanti è farlo per 40 minuti. Trieste non ha campioni in grado di risolvere da soli un match. E se qualcuno pensa di esserlo lo dimostri.

La A è alla quarta giornata, niente è irrecuperabile. Lo dicono le 26 gare a disposizione, lo dice l’anedottica del basket che ha registrato resurrezioni impensabili. Questo concetto, però, ha senso se viene condiviso da tutti. Gli stranieri spesso affidano ai social i loro stati d’animo e qualche post stravagante si è già visto. Occhio.

Quando le cose non vanno bene, sulla riva del fiume, ad aspettare, c’è sempre affollamento. I rumors su coach o Usa non nascono per caso. Ognuno fa il suo mestiere. Agenti compresi.

L’altro problema non è sul parquet. Concluso il triennio Allianz, si aspetta un cambio di proprietà. Da mesi. Da molti mesi. Ci sta che in questo contesto storico-economico chiunque soppesi il valore di un investimento ma uno stato di eterna incertezza e precarietà non può portare lontano.

LE SCUSANTI Trieste ha avuto un inizio complicato. A parte Pesaro, ha dovuto confrontarsi con Virtus, Venezia e Tortona, tutte fuori dalla portata. L’infortunio di Lever ha ulteriormente limitato le rotazioni nel reparto lunghi, già povero di talento.

LE SOLUZIONI Passare alla formula del 6+6, aggiungendo uno straniero, è più facile a dirsi che a realizzarsi. Comporta un altro extrabudget e la società ora non può sostenere sforzi economici importanti. Per rimanere con 5 stranieri, tuttavia, o si trova un crack Usa oppure un italiano di qualità, magari senza rincorrere nomi, ora liberi, suggestivi ma di difficile gestione. L’alternativa è cercare tra gli italiani più sacrificati nel minutaggio tra le big. Tra questi fatichiamo a trovare una soluzione più equilibrata di Ruzzier per la causa biancorossa: potenzierebbe la regia (Davis può fare play e guardia) e il taglio di uno dei “2” Usa permetterebbe di andare su un’ala affidabile. Ma sono nostre riflessioni ad alta voce.

Fare in fretta e bene è complicato. Do you remember Alexander? Tra un paio di settimane la A si fermerà per la Nazionale e poi proporrà la trasferta a Milano. Potrebbe essere quella la finestra di tempo in cui intervenire, concedendo intanto le prossime due partite come prove d’appello. Sperando in un progresso nelle trattative per il passaggio di proprietà al fondo Usa che permetterebbe di rimpinguare il budget.

I RISCHI Il rischio legato alla classifica è evidente. Ce n’è un altro, altrettanto pesante. La disaffezione da parte del pubblico. Le sconfitte all’Allianz Dome bruciano il doppio. Delusioni e amarezza sono comprensibili, una parte del pubblico è fortemente critica verso la gestione della società. Il club poteva fare meglio? Sì, certo. Chi è al timone ora è però lo stesso Ghiacci che ha già traghettato la PallTrieste fuori dalle secche in almeno un paio di occasioni: la ripartenza dalle ceneri grazie agli “abbonamenti sulla fiducia” ispirati dai tifosi e quella dopo la fine dell’avventura Alma. Bisogna evitare il punto di rottura. Riallineare squadra, società e pubblico. Per uscirne ognuno deve rispondere “Presente”. —

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