Motori, Basso nella top 10 mondiale: «Il rally è la mia vita ripagati tanti sacrifici»
TREVISO. Basso, la testata rallistica più autorevole del mondo, Dirtfish, l’ha eletta nono miglior pilota di classe R5 del 2021. Se l’aspettava?
«No, ed è un grande orgoglio. La mia è stata una carriera di sacrifici, un percorso che ho intrapreso partendo dal basso. Non ho mai fatto il passo più lungo della gamba: c’ho messo più tempo, ma ho raggiunto traguardi importanti».
Qual è il segreto del 2021?
«Le gare importanti sono state tre. A San Marino abbiamo dimostrato la forza del gruppo, da me e Lorenzo Granai fino al team, Delta Rally: abbiamo reagito a una situazione difficile anche sotto il piano economico. Sapevamo di non avere il budget per correre tutta la stagione e quel ritiro ci aveva fatto perdere punti».
Le altre?
«La Targa Florio vinta dopo una battaglia con Craig Breen, pilota che corre il Mondiale con Hyundai. Poi il Rally di Roma Capitale, vinto davanti a piloti da Mondiale come Lukyanuk, Mikkelsen e Gryazin. Quella gara ha avuto una grande importanza anche per il riconoscimento di Dirtfish».
Com’è stato correre le ultime prove del Rally 2 Valli, sapendo che una vittoria le avrebbe dato il 4º scudetto?
«Non mi sarei mai aspettato le uscite di strada di Andolfi e Crugnola. Fra me e Albertini si è creata una situazione strana. A lui sarebbe andato l’Italiano asfalto, io avrei avuto lo scudetto. Forse lui non ha voluto rischiare, io ho spinto».
Cosa pensava in quei momenti?
«Ero sereno. La mattina ero partito con gomme troppo dure ma avevo fatto buoni tempi, che forse hanno spinto gli altri a sbagliare. Non avessi vinto saremmo andati all’ultima gara dove mi bastava fare decimo, ma ero deciso a impormi».
Com’è stato il rientro a Cavaso?
«Nessuno ha fatto grandi feste perché nessuno si aspettava mia vittoria, me compreso. Erano tutti increduli, come del resto lo ero io. È stata una vittoria importante anche se priva dell’adrenalina del 2019, con l’ultima prova speciale ad assegnare il titolo».
Qual è il segreto delle sue vittorie?
«La capacità di reagire alle difficoltà. È importante anche per i giovani, che spesso si abbattono. Quest’anno, la nostra forza è stata la reazione nostra e del team alle difficoltà. Non avevamo budget per correre tutte le gare, ma è stata una continua scommessa a livello economico e umano».
Ha vinto il quarto titolo italiano, tanti quanti Arnaldo Cavallari, leggenda del rallismo degli anni Sessanta. Che effetto le fa?
«È incredibile. L’ho conosciuto dopo che aveva smesso di correre e mi ha mostrato le sue coppe e i giornali dell’epoca. Era un uomo gentile e intelligente. Peraltro, lui faceva il panettiere (anzi, ha inventato la ciabatta) e io il pizzaiolo. C’è un filo che ci unisce».
L’Italiano 2022 sarà tutto su asfalto: lo vuole correre?
«Così l’Italiano non mi piace, anche se la federazione avrà avuto i suoi motivi per togliere la terra dal Cir. Voglio correre anche sulla terra e questa decisione mi lascia perplesso. Non ho budget ancora e non posso fare ragionamenti seri, ma mi piacerebbe correre qualche gara all’estero. Tornerei in un panorama molto bello, anche se vorrei continuare a fare da coach ad Alberto Battistolli: sono indeciso sul fatto di correre in Italia».
Cos’è per lei Cavaso?
«È il mio punto di partenza e di arrivo. Mi manca quando sono via, è un piacere tornarci. Quello che hanno fatto i miei genitori e quello che stiamo facendo io e Barbara, mia sorella, lo facciamo anche per dare qualcosa in più al paese: ci piacerebbe creare un campo da calcetto e tennis coperto, ma anche riprendere le escursioni guidare in e-bike per far conoscere il territorio, meraviglioso e da valorizzare».
Cos’è il rally per lei?
«È lo sport a cui ho dato tutta la mia vita: forse gli ho dato ancora più di quello che ho ricevuto. Le vittorie sono state un’emozione e un orgoglio per me e per la mia famiglia».
Com’era per lei a inizio carriera allontanarsi da casa?
«Era dura. Sentivo la responsabilità e per questo non andavo a fare festa prima delle gare: sapevo che i miei e mia sorella erano rimasti in pizzeria a lavorare al posto mio, dovevo ripagarli».
Qual è stata la svolta?
«I trofei mi hanno permesso di costruire il budget stagione dopo stagione ma la chiave è stata allontanarmi dalle gare di casa e poi correre all’estero, anche se qualcuno avrebbe voluto tenermi in zona».
Perché ha deciso di fare di testa sua?
«Volevo provarci. A 19 anni andavo in Sicilia e ad Aosta: era strano. Papà aveva una grande passione, mamma non mi ha mai ostacolato nonostante un po’ di paura. Era la mia strada».
Ha sempre saputo di voler fare il pilota?
«No. C’era chi mi vedeva in moto e chi voleva che facessi ciclismo. Avere la prova del Tomba vicino a casa mi ha spinto verso il rally».
Pensa mai al ritiro?
«A fine 2017 volevo farlo, sentivo che poteva bastare così. A volte sento di dover rallentare: nel 2021 ho avuto molti impegni e non so se voglio stare così tanto lontano da casa. Collaboro con Rally Italia Talent, che trova nuovi talenti, faccio parte della scuola federale e della Scuola De Adamich, seguo nell’Europeo Alberto Battistolli, giovane pilota vicentino: tengo molto a quanto abbiamo fatto insieme».

