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Quando l’impiegato diventa Niki Lauda: gli anni ruggenti dell’Autocross di Faedis

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Quando l’impiegato diventa Niki Lauda: gli anni ruggenti dell’Autocross di Faedis

Là dove ora c’è un bosco, una volta c’era un autodromo. Quarant’anni fa, poco distante dalla piazza di Faedis, nel cuore di un Friuli genuino dove, assieme alla voglia di ripartire dopo la “tranvata” del terremoto, rombavano anche i motori.

Quella dell’Autocross Faedis è una storia meravigliosa ricostruita con passione da Michele Grando. E il fatto che la mostra fotografica nella piazza di Faedis, il libro e il calendario 2021 con bellissime foto siano stati realizzati in piena pandemia è la prova di come i motori nel paese del buon vino e dei castelli rombino ancora sotto la cenere.

Dove ora la natura si è ripresa i suoi spazi con un fitto bosco, dal 1975 al 1982 è stato attivo un circuito realizzato grazie a soldi (tanti) e passione degli abitanti del paese. E si sono organizzate una trentina di appassionate gare di autocross e una dozzina di motocross.

Anzi, tanta era la passione per i motori che il Friuli lanciò anche una variante della specialità speedway fuoristrada che orgogliosamente chiamò “Friul cross”. E il pubblico? Figli, mogli, parenti, amici, in pratica paesi interi. Con tanto di biglietto pagato, straordinarie bevute ai chioschi e medie di 3-4 mila spettatori a gara. Immaginate il palasport Carnera pieno, ecco, tanto per dare un’idea. Ah, le belle ragazze, come in tutti i paddock che si rispettino, troneggiavano.

Una folla.Ma per vedere cosa? Claudio Ernè nella bella prefazione al libro di Grando con tre parole fa tornare indietro a quegli anni ruggenti, anzi rombanti. “Quando l’impiegato diventa Niki Lauda” , semplicemente il mitico pilota di riferimento dell’epoca. Il segreto di quell’epopea durata meno d’un decennio era che l’operaio, l’agricoltore, l’impiegato con un’auto elaborata poteva diventare un pilota e vincere le gare.

Sì, ci furono anche fugaci e poco fortunate eccezioni del “ganassa” che si presentava alle gare con una fiammante Porsche da venti milioni di lire, ma alla base del fenomeno dell’autocross c’erano le utilitarie. Elaboratissime. E, relativamente, economiche.

Ricorda sempre Ernè: «Una macchina dallo sfasciacarrozze costa 100 mila lire, un motore elaborato circa un milione, 4 gomme tipo trattore altre 100 mila, il carrello per il trasporto 600 mila». Meno di duemilioni di lire, insomma, per entrare nella Formula 1 “made in Friuli”. Le ditte del posto poi un marchietto sulla carrozzeria dell’auto non faticavano a mettercelo e così i costi erano abbattuti.

Un’epopea quella dell’Autocross a Faedis iniziata dal 1975. Prima in Friuli il circuito di riferimento era quello carnico di Interneppo con cui la neonata Società Sportiva Ognistil Faedis, varata da due “malati di motori” locali come Ennio Spollero e Alberto Patatti a metà anni ’70, strinse un patto di ferro che portò alla creazione dell’Upaf, Unione piste autocross friulane presieduta da Paolo Grando cui presto si aggiunse addirittura l’Unione piloti autocross friulani.

L’ambizione di Faedis era quella di avere un proprio circuito, come ne esistevano a Villesse, San Bernardo, Godia e Bordano. Individuata l’area dei prati dei “Comunai” a ovest del centro messa a disposizione della famiglia Zani-Cos, in meno di 5 mesi, dopo sbancamenti di terra e altro, il circuito divenne realtà nella primavera del 1975. La “Monza” dei colli orientali aveva numeri di tutto rispetto: 700 metri di lunghezza, larghezza della carreggiata tra i dieci e i quindici metri per un’area complessiva di 48 mila metri quadrati.

Gli spettatori si accalcavano sui prati assistendo a duelli all’arma bianca con autoscontri frequenti che facevano precipitare le medie delle gare a una sessantina di chilometri all’ora.

Ovviamente gli spettatori pagavano il biglietto, i chioschi erano fornitissimi di tutto e, grazie a incassi e passione dei 15 soci dell’Autocross Faedis, fino al 1982 furono investiti una trentina di milioni di lire per migliorare il circuito disegnato, come quello di Imponzo, da Mario Piovesan.

Addirittura furono realizzati gli spogliatoi per i piloti, oltre che la torretta per i cronometristi, le sbarre e la passerella in ferro, rimasti vestigia di un tempo che fu per eventuali nostalgici.

Un circuito, un’associazione. Chiaro non potesse mancare una scuderia. Ecco allora la nascita dei “Diavoli Bianchi” di Faedis, diavoli per incutere un po’ di timore ai rivali, bianchi come il colore delle auto. Sponsor l’immancabile mobilificio Ognistil. Cinque auto e cinque piloti.

Val la pena, dopo più di 40 anni, ricordare il “roster” del team: Flaminio Fioritto su Autobianchi Primula, Aldo Grassi su Fiat 2.300, Ennio Spollero su DKW F11 e poi su Fiat 500, Renato Iacobuzio prima Simca poi Fiat 850 e Romeo Toppano su Maggiolone Volkswagen. Alcune gare vennero fatte anche da Luciano Bertossi su Fiat 128 .
Anche altri piloti di Faedis gareggiarono in quegli anni: Renato Cos su Mini, Gino Piputto su Autobianchi Primula, Alfonso Gandini su Fiat 125. Grando jr nel libro li cita tutti e i nomi delle auto sono uno spaccato di quegli anni oltre che per il lettore un piacevole tuffo nel passato.

I Diavoli Bianchi rivaleggiavano, ad esempio, con i vicini Autocross Ravosa, Autocross Ziracco, Autocross Torreano. Ad ogni sagra la sfida in chiave motoristica tra i paesi era lanciata.

E alle fortunate gare di Autocross dal 1979, grazie a un faro del motocross friulano, Renzo Travagini, furono organizzate anche gare di questa specialità, non solo con piloti della regione ma anche triveneti. Poi il rapido declino. I costi per la manutenzione del circuito cominciavano a essere elevati, il richiamo dei motori diminuiva. E così a Faedis calò il sipario su quei meravigliosi anni rombanti.

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