Una vita sotto rete: dopo 36 anni l’addio al volley di Matej Cernic
GORIZIA Matej Cernic, atleta di spicco del volley del nostro territorio, alle soglie dei 44 anni (è nato nel 1978) appende le ginocchiere e le scarpe al chiodo. Dopo una carriera ricca di vittorie ed esperienze uniche in Italia e nel Mondo.
«Vivere alcuni momenti e alcuni personaggi, nello sport, è un privilegio. Essere stati l’ultima tappa del viaggio sportivo di una leggenda come Cernic è un onore che nessuno di noi potrà mai dimenticare».
Inizia così il commosso post riportato nei canali social dal Volley Club Grottaglie, squadra tarantina di Serie B maschile nazionale, per annunciare il ritiro dell'isontino Cernic dal volley giocato, dopo l'ultima e definitiva apparizione contro il Rende.
Il figlio del Nordest, nativo di Gabria, frazione del Comune di Savogna d'Isonzo, nasce nel Soca e da lì e Ok Val, sfrutta il trampolino di lancio, dalle giovanili fino all'esordio nel 1997 19enne, in A1, con la Zinella Bologna.
Intanto complimenti per la tua carriera, quali le ragioni che ti hanno portato alla decisione di smettere?
«Grazie intanto, mi sono sempre detto finchè ce la faccio fisicamente e mi diverto, avrei giocato. Per 36 anni la pallavolo è stata compagna di vita, amore e gioco, poi ho avuto la fortuna di trasformare la mia passione in un "lavoro”. Quando poi scendi di categoria, a una certa età, ritorni solo a divertirti, ma lo scorso anno mi son fatto male a una spalla, son riuscito a rientrare e a dare una mano al V. Club Grottaglie (con cui aveva vinto la C pugliese l'anno prima e si era riproposto su un campo di B, ndr), ma ora ero sempre più sofferente e sentivo il peggioramento e l'usura, è così ho "sfruttato" il pretesto e questa condizione per prendere questa sofferta decisione».
Come si arriva a giocare fino questa età e in uno stato psicofisico ottimale?
«Per rimanere ad alti livelli, nel tempo, serve un giusto mix di attenzione, cura del corpo, dell'alimentazione e dell'allenamento, oltre alla giusta voglia: sacrifici e attenzioni al fisico per la pallavolo ne ho fatti parecchi, ma dal 2014 sono sceso di categoria perché ho mollato e non potevo gestire più il livello logorante della A1 e della SuperLega. Con le fatiche, l'usura, la sofferenza articolare dei due intensi allenamenti giornalieri. Il fisico, dopo la boa dei 35 anni, viene inevitabilmente meno, si soffre e ci si affida dunque più all'esperienza e alla tecnica, cose che mi hanno aiutato nelle ultime stagioni in A2».
Le differenze che vedi tra il volley di 20 anni fa e quello attuale.
«Sicuramente ora è più veloce, piu' fisico, atletico, poi col rps la gestione dell'errore diventa fondamentale, mentre prima potevi anche avere un po' più di margine. Oltre all'atletismo, sono anche diversi gli insegnamenti tecnici: ora tutto è più specifico e settoriale, mentre ai miei tempi ogni giocatore sapeva fare tutto, dalla ricezione al muro al palleggio. Sono cambiate parecchie cose, ho vissuto passaggi, e trasformazioni di questa disciplina, e son stato fortunato ad esprimermi nei tempi della "Generazione dei Fenomeni", anni d'oro del volley italiano coi più forti in assoluto nel pianeta ».
Quali i migliori ricordi della carriera?
«L'onore di aver vestito la casacca azzurra dal '98-2010 per oltre un decennio. In una carriera ventennale, di ricordi ne ho a valanghe, davvero troppi per un elenco. Oltre ai successi coi club, tra i momenti più alti, metto l'Olimpiade di Atene del 2004, l'Europeo del 2005, e poi l'aver incrociato in azzurro i famosi "veterani" vittoriosi già negli anni Novanta. Resta invece il rammarico di aver saltato le Olimpiadi 2008 causa un infortunio, e qualche gara importante persa. Ma sono assolutamente fiero di quanto avuto dalla vita. Tra i tecnici invece non voglio fare una classifica, mi sembrerebbe poco corretto, ho un grande debito di riconoscenza e ringraziamento per tutti, ognuno mi ha insegnato qualcosa, e in ogni caso mi sono portato via, con me, un dettaglio, pigliando da ognuno l'insegnamento del momento e cercando di dar loro sempre il massimo. Ecco, magari, nel grande numero, posso far due nomi: Lorenzetti che mi ha lanciato nel volley che conta, convocandomi nella Juniores, e con Montali abbiamo avuto i migliori risultati in Nazionale».
Appese le scarpe al chiodo, adesso cosa farà Matej "da grande"?
«Ci penso da una vita, da oltre 30 anni: ora voglio prendermi un po' di tempo, per me, forse tirare una linea, e ricominciare da zero, ma solo dopo aver riflettuto sul da farsi. Vorrei ci fossero possibilità nel mondo del volley, come dirigente o staff tecnico. Non voglio chiudere in un armadio i sogni, le esperienze e tutto ciò che ho imparato in questo mondo, ma anzi mi piacerebbe insegnare, condividere le mie esperienze e restituire quanto ho imparato negli anni. Ho dei dubbi però, è ancora da valutare se io possa essere un bravo tecnico, e ho il freno a mano ancora tirato proprio a causa di questi dubbi e dei molti progetti che mi frullano per la testa. Vedremo tra un po' quale sarà il mio futuro. Per ora penso a restare qui, in Puglia, con la mia famiglia, dove risiedo ormai già da anni».
Dalla stagione 2014, dopo l'esperienza in Turchia e l'anno non proprio fortunato al Fenerbahce con la rapida uscita dalla Champions, Cernic e famiglia sono tornati in Italia, riavvicinandosi a casa per rientrare subito, visto l'imminente arrivo della primogenita e avvicinandosi al ramo della famiglia materna e alle radici pugliesi, per motivi logistici e di supporto da parte della famiglia.
In chiusura, ad un atleta di questo calibro, che è nato e partito dall' isontino e da questa terra ricca di Campioni del volley, chiediamo ''un messaggio allo sport e volley delle nostre zone e del Friuli Venezia Giulia"?
«Io quello che posso dire, e consigliare è di cercare di investire nei settori giovanili, nei ragazzi. Dopo la mia generazione, il volley ha vissuto una crisi: ora si è risollevato, ma dopo 10 anni di lavoro incerto e di scarni risultati a livello italiano e con perdite enormi di talenti. Il mio consiglio è quello di credere nei giovani che sono nel futuro, e questo vale per tutti gli sport, e poi nella mission sociale delle attività. Che aiutano a tenere giovani, e famiglie, lontano dalla strada e dai pericoli, mentre nelle palestre e negli impianti lo sport di squadra è fondamentale per il sociale, per l'amalgama, serve sempre come fonte di insegnamento per la vita. Un fattore che è stato fondamentale anche per me e che mi auguro possa valere sempre, anche negli anni a venire».

