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Leonardo Fioravanti, cacciatore di onde: «Con 18 tavole al check-in (e un sogno)»

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Leonardo Fioravanti
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Tre sacche grandi, ognuna con all’interno sei tavole da surf. Quando Leonardo Fioravanti si presenta in aeroporto, di fronte ai banchi del check-in, è difficile che passi inosservato: il suo sport, che è anche il suo lavoro e la sua passione, lo fa trottare costantemente in giro per il mondo, con al seguito l’ingombrante attrezzatura per la caccia alle onde. «Imbarcare tutto costa quasi più del biglietto passeggero», se la ride in collegamento dalle Hawaii. «Sono venuto qui con 18 tavole, necessarie per quello che faccio. Per fortuna c’era il mio film-maker a darmi una mano».

Di questi tempi, a prescindere dai bagagli, viaggiare non è facile.
«Me ne sono accorto lo scorso luglio, su un Doha-Roma: mascherina e visiera obbligatorie per tutta la durata del volo, era difficile anche respirare. Però, considerata la situazione, sono precauzioni giuste».

Quindi non era in Italia durante il lockdown?
«No, sono rimasto in Australia dove mi trovavo prima che scoppiasse la pandemia a livello mondiale. Ho fatto la mia ultima gara Sydney il 14 marzo, che ho vinto. Sarei dovuto restare fino ad aprile, invece sono rimasto quattro mesi là».

Com’era la situazione laggiù?
«Posso ritenermi fortunato, perché ho affittato una casa Byron Bay e ho continuato ad allenarmi lì. Stare così tanto tempo lontano dall’acqua mi avrebbe creato parecchi problemi, quindi alla fine è stata una scelta perfetta».

Anche perché l’aspetta una stagione decisiva: quali sono gli snodi cruciali?
«Adesso (dall’8 dicembre) comincia la nuova stagione della World Surf League con la prima tappa alle Hawaii. In vista delle Olimpiadi, invece, la gara fondamentale sarà a maggio a El Salvador: devo arrivare tra i primi cinque per staccare il pass».

Una qualificazione sarebbe importante per l’intero movimento italiano del surf, non crede?
«Provo a dare il mio contributo, tra l’altro in epoca Covid il surf sta crescendo come tutti gli sport individuali. Penso alla bicicletta, allo stand-up paddle o allo skate: io spero in una nuova generazione di surfisti azzurri che riescano ad entrare nel circuito, anche i genitori devono supportare i figli che vogliono praticarlo».

Crede che venga visto come uno sport pericoloso?
«È un preconcetto di chi non ha mai provato. A certi livelli ci sono dei rischi, ma quando inizi, con le onde piccole, è solo divertente. Il problema è che nel Mediterraneo non ci sono onde tutti i giorni, i miei genitori appunto mi portavano in Francia e in Portogallo in vacanza. Crescendo, è stato fondamentale per alzare l’asticella».

Il suo viaggio dove è iniziato?

«Sulla spiaggia di Cerveteri, in uno stabilimento che si chiama proprio Ocean Surf, il nome dice tutto. I proprietari hanno sempre fatto surf, io seguivo mio fratello maggiore in acqua».

Dagli esordi alla WSL: c’è una tavola alla quale è rimasto particolarmente legato?
«In Francia, dal mio shaper, ne tengo una decina in un angolo, ad ognuna sono legato da ricordi speciali, come ad esempio la prima vittoria. Ogni anno ne uso circa 60, ma ce n’è sempre una che conservo».

Se la costringessi a scegliere un ricordo?
«Dico la tavola gialla e celeste con cui ho surfato in Irlanda, davanti alle scogliere di Moher. In realtà era stata fatta per il compagno di mia mamma, ma quando arrivai laggiù non avevo una tavola adatta a quel tipo di mareggiata. Così andai alla fabbrica, scelsi quella e presi l’onda della mia vita».

Riesce persino a scegliere una singola onda?

«Sì, la location era fantastica, Moher è un posto con tantissima energia. Le onde quel girono erano pericolose ma perfette: ne presi una di 4/5 metri meravigliosa, tubolare, bella pesante. Me la ricorderò per sempre».

Ha mai pensato di smettere dopo uno spavento o un brutto infortunio?

«No, semmai ho avuto la paura opposta, ossia di non poter tornare in acqua, di non poter tornare ad un certo livello. È capitato nel 2015, alle Hawaii, ho sbattuto contro il reef rompendomi una vertebra: ho avuto due operazioni alla schiena, sei mesi di fisioterapia, non è stato semplice».

In tutto questo girovagare, c’è un qualcosa che si porta dietro a mo’ di portafortuna?
«Il mio anello con il leone, che è un animale che mi ispira tantissimo. Poi cerco sempre di mettere in valigia un po’ di stile italiano: ho due paia di scarpe Gucci che ho portato anche alle Hawaii, la mia ragazza mi prende sempre in giro, mi dice che non siamo a Milano».

A proposito, riesce a conservare gli affetti anche a distanza?
«Sophia (la fidanzata, ndr) mi segue spesso, lavoro permettendo, e anche la mia famiglia: una situazione che mi fa felice e mi mette a mio agio. D’altronde il segreto di chi viaggia tanto credo sia cercare di sentirsi a casa un po’ ovunque, anche dall’altra parte del mondo».

Pure a Tokyo, magari la prossima estate. Anche se per adesso i Cinque Cerchi restano un sogno, nascosto tra le tavole, davanti ai banchi del check-in.

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