Azzurra del canottaggio nel pool anti Covid: «Diagnosi al telefono, i pazienti si fidano»
TREVISO. Dal sogno di preparare l’Olimpiade al contributo da tirocinante volontaria nella lotta a Covid-19. Dalle sedute al remoergometro, ora dirottate al pomeriggio, al delicato compito di rapportarsi al telefono con i trevigiani che hanno i sintomi del coronavirus (i cosiddetti Covid-like). Alessandra Patelli, 28enne di Conegliano, è nella Nazionale di canottaggio. Ha partecipato ai Giochi di Rio 2016, vanta medaglie a Europei (bronzo a Glasgow 2018), Coppe del Mondo, Mondiali giovanili. Ma è anzitutto medico, s’è laureata con 110 e lode all’università di Padova nel 2017. Ora frequenta il secondo anno della Scuola di specialità in Medicina dello Sport a Palermo (le lezioni proseguono in videoconferenza). E, quando il sogno a cinque cerchi è slittato di un anno, ha provato, in un modo o nell’altro, a gettarsi nella mischia. «Già quando il pensiero era solo allenarmi, mi sentivo quasi in colpa a non dare una mano in un momento così difficile», racconta Alessandra. Così, da qualche giorno, ha iniziato un tirocinio all’Usl 2, a Pieve di Soligo. S’è inserita in un team di giovani, tutti medici specializzandi. Il responsabile è Tiziana Menegon, dell’Uos Promozione della Salute, nell’ambito del Dipartimento di Prevenzione. Sei ore al giorno, dal lunedì al venerdì. «Non avrei avuto la preparazione per andare in corsia, sarei stata solo d’intralcio. Siamo un bel gruppo, sono contenta di poter fare la mia parte nella battaglia contro il virus», racconta con voce squillante. E il lavoro, benché circoscritto a confronti telefonici, è complesso.
Patelli, di cosa si occupa?
«I medici di base ci girano i contatti dei pazienti che hanno i sintomi del virus e non hanno fatto il tampone. Approfondiamo le loro condizioni, ricostruiamo gli eventuali contatti stretti, facciamo scattare sorveglianze attive e isolamenti».
Dalle sue parole emerge l’entusiasmo di chi dà un prezioso contributo a una causa comune. Quale la missione?
«Gestire, laddove possibile, le persone sul territorio, evitando l’ospedalizzazione. Ossia quell’eccesso di ricoveri, di cui s’è parlato a proposito della gestione lombarda dell’emergenza. Si cerca di fare un po’ d’ordine, valutando la sintomatologia».
Come riconoscere la malattia, sulla base di un dialogo telefonico?
«Certo, non conosciamo il virus. Ci sono le linee-guida, ma ogni giorno possono cambiare le carte in tavola. La febbre, tuttavia, è un dato oggettivo. Come è rilevante la tosse: al telefono, puoi comprenderne l’entità. Se i sintomi sono due o tre, il quadro diventa chiaro. E, in ragione dei riscontri dell’ultimo periodo, la perdita di gusto e olfatto è un indizio importante».
Come rapportarsi con le persone?
«All’inizio, avevo un po’ timore, ma ho trovato pazienti collaborativi. Ringraziano molto, sono contenti di sentirci, capiscono che dietro c’è un’organizzazione. Ti raccontano dubbi, paure, spesso c’è molta confusione».
Il segreto?
«Dare fiducia alle persone, credere a quello che dicono. E se fosse suggestione? Sintomi come la febbre sono incontrovertibili. Meglio comunque un isolato in più che in meno. E, aspetto non meno importante, bisogna rassicurarle, far capire che non sono sole».
Come ricostruire i contatti?
«Le persone con sintomi ci forniscono i nomi dei contatti stretti. E poi, spetta a noi chiamare e verificarne lo stato di salute. Ci presentiamo come “Emergenza coronavirus”, si fidano. Il tema dei dati personali? Se sei medico, ci devi avere a che fare tutti i giorni. Il giuramento di Ippocrate è la nostra bussola».
Il lavoro con i colleghi?
«Stranissimo. Non ti presenti a nessuno, né ti avvicini agli altri. Si opera distanziati. Indossiamo le mascherine, ci laviamo spesso le mani. Quanto allo studio, è un’opportunità per ripassare un po’, non essendo il mio ambito».
Un messaggio?
«Non mollate la presa, continuate a rispettare le regole. Restando a casa». —
Mattia Toffoletto
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