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Omar Hassan: dal ring di Lambrate all'Art Basel

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Spesso di lui si legge essere un ex pugile che per una sorta di riscatto, dopo aver dovuto bruscamente interrompere la carriera agonistica, si sia messo a tirare pugni alla tela, usando i guantoni come pennelli, per poter mantenere viva la passione per l’amato sport.

Nessun riscatto: in realtà Omar Hassan ha sempre voluto fare arte, ha iniziato a percepirlo fin da adolescente, quando, dopo gli allenamenti di pugilato ha dato per la prima volta vita a una nuova forma di espressione, iniziando a «boxare» con i colori sul muro del suo garage, per prenderne poi la totale consapevolezza solo qualche anno più tardi appena iscrittosi in Accademia, dove ha sentito che non avrebbe potuto fare altro che arte.

Te lo racconta con una consapevolezza tanto naturale quanto affascinante. E lo studio alle porte Milano, pieno di colori, tele, sculture e guantoni ne è la più sincera testimonianza. È girando per le stanze dell’immenso atelier che si scoprono i suoi molteplici talenti artistici. Classe 1987, cresciuto nella periferia milanese da mamma italiana e papà egiziano ha capito di avere una vena creativa dopo una gita alle piramidi, realizzando, giovanissimo, la sua prima «scultura».

Con il tempo, la passione per quest’arte è cresciuta sfociando anche in opere iperrealistiche come il Pugno di Michelangelo e il Pugno di Hemingway, due guantoni realizzati in gesso. Dopo una mostra a Londra nel 2015, la sua carriera di artista è esplosa, e oggi, tra gli estimatori (e acquirenti) dei suoi lavori ci sono star internazionali del calibro di Spike Lee e Sharon Stone.

Allievo di Alberto Garutti all’Accademia delle Belle Arti di Brera, Omar ha sempre puntato alle idee forti. Dietro a ogni opera c’è un motivo, una scintilla. «Dedico la mia vita a tracciare il tempo, e lo faccio attraverso gesti pittorici, voglio lasciare un’impronta. Quando non ci sarò più, saranno loro a farmi rimanere in vita». Citando Ugo Foscolo (esergo del suo libro “Per le Strade”): un uomo non muore mai se c’è qualcuno che lo ricorda.

Sono anni che riveste tutto lo studio di tela, ne ricopre pavimenti, tavoli e muri, per poi staccarla e tirarla in un telaio solo dopo essere stata «colorata» dal suo gesto pittorico facendola diventare così un quadro a tutti gli effetti. Anzi tanti quadri. Questi capolavori fanno parte di una serie che Hassan ha battezzato Time Lines. Il titolo di ogni opera è una data, quella che racchiude tutto il suo impegno: dal momento in cui la tela viene stesa, a quando viene montata su un telaio.

«Questo è il mio modo di segnare il tempo» spiega Hassan. Concetto che ha portato al Palazzo Reale di Monza, esponendo le sue opere in un dialogo parallelo con Vasilij Kandinskij. Così come il maestro della pittura astratta cercava di tracciare il suono, l’artista italo egiziano cerca di segnare il tempo. Entrambe sono costanti che non si vedono, non sono concrete, ma si possono avvertire chiaramente osservando le loro opere.

Sui suoi tavoli di lavoro sono impilate da un lato tutte le bombolette usate per creare e dall’altra tutti i loro tappi, tanti, tantissimi tappini. Omar li dipinge a mano uno per uno, per poi metterli in alveari di plexiglass, documentando la valenza vitale del colore, «la stessa che le api hanno per noi esseri umani» dice.

«Colorando in maniera diversa ogni tappino voglio dare valore al singolo individuo, sottolineando come ognuno di noi sia fondamentale. Poi, questi alveari si tingono di bianco e nero diventando qualcosa di più grande. Un’evoluzione. Un insieme di singoli che si fa immagine unica». Sono tessere di un mosaico che disegnano una mappa. Hassan li utilizza per plasmare l’immagine dei quartieri metropolitani. Un modo di esprimere la creatività e, al contempo, un omaggio alle città che lo ospitano. Alcuni numeri rendono l’idea del suo lavoro certosino: 14.280 tappi per ricreare i quartieri di Napoli e quasi 10.000 per costruire Berlino.

«Sull’onda del mio amore per l’artista Alighiero Boetti, ho voluto anch’io avere nella mia ricerca pittorica una mappa, qualcosa che non esistesse prima». E mentre dipinge il tempo e i momenti del suo lavoro, battendo i colpi su una tela come in un ring carico di colori, lavora contemporaneamente ad altri progetti, ma sempre con un filo conduttore preciso, fedele alla sua ricerca, per essere un artista multiforme e non ancorato a una sola idea. «Perché Hassan non è solo l’artista dei pugni» spiega. E lo ha voluto dimostrare, per esempio, con la luminosità della serie Injection, opere che hanno origine da un punto di luce realizzate con bombolette spray, per armonizzare classico e contemporaneo in un gesto forte e conciso.

Ma le opere che lo hanno reso famoso sono le 121 a fondo bianco della serie Breaking through, realizzate con i guantoni foderati di energia e colore, 121 come i round disputati in carriera. A fondo bianco perché il bisogno di iniziare a dipingere è stato talmente forte da non aver avuto nemmeno il tempo di pensare. Così il fondo è diventato il colore stesso della tela: bianco.

Visto il successo della prima «scarica di pugni» Hassan ha replicato il match con la tela. La nuova serie l’ha intitolata Breaking through black perché il fondo è totalmente nero. Camminando nell’open space del suo studio si giunge al muro dove tutto è iniziato. Un muro che ha assistito alla realizzazione dei suoi lavori e che è diventato lui stesso un’opera d’arte grazie ai rimbalzi di colori e schizzi di vernice lunghi dieci anni.

Qui campeggia una scritta che è come un mantra per Hassan: «I’m not punching to destroy, I’m creating» non uso i pugni per distruggere, sto creando. Il gesto del combattimento, per lui è una efficace metafora della vita, ma se i suoi pugni colorati hanno caratterizzato i suoi primi passi nel mondo dell’arte, dietro c’è molto altro. Grazie a talento, determinazione e impegno, Omar Hassan è a soli 34 anni uno dei talenti più riconosciuti a livello mondiale, esponendo a Tokio, Venezia, Miami, Londra, Berlino e New York: altro che tirare solo cazzotti!


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