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Nicolò Rocca e Dario Costa: «Volevo fare il pilota»

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Nicolò Rocca e Dario Costa: «Volevo fare il pilota»
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C’è chi dice che da grande farà il pilota. Correrà veloce con un motore sotto il sedere, nel suo casco scintillante, alla conquista della libertà. Come un supereroe senza tempo, nel connubio perfetto tra uomo e macchina, tra tecnologia e virilità.

C’è chi poi lo fa davvero. Nicolò Rocca e Dario Costa sono due atleti del team Red Bull che hanno fatto della loro vita un susseguirsi di emozioni forti, sfrecciando l’uno su una Chevrolet Camaro Nascar l’altro portando un Zivko Edge 540, il velivolo con cui compete nella Red Bull Air Race.

Due personalità di spicco, capaci di far prendere alla propria vita una piega inaspettata. Nicolò ha 25 anni, una doppia vita divisa tra le piste automobilistiche, gli studi di economia e finanza e la consulenza in alcune società di trading londinesi. Approda alla Euro Nascar nel 2013. Ufficialmente Nascar Whelen Euro Series, si tratta della versione europea di quella che è considerata la più spettacolare disciplina automobilista al mondo, uno sport la cui popolarità, oltreoceano, è pari all’NBA o all’NFL.

Dario Costa invece vede la sua prima Red Bull Air Race nel 2003, ne resta talmente affascinato da decidere di focalizzarsi sul volo acrobatico, imparandone le tecniche per poi insegnarle nelle principali scuole italiane: dal 2008 al 2013 è stato il più giovane istruttore di volo acrobatico in Italia.

«Mi piace l’adrenalina che scaturisce nel guidare velocemente e mi piace la competizione. La figura del pilota mi ha sempre affascinato. L’ho sempre visto come una persona temeraria che sta sempre in bilico, vive di sensazioni, in modo spontaneo», dice Nicolò.
«Quando volo non penso a nient’altro, tutta la mia mente è concentrata sul qui e ora. La sensazione è quella di totale libertà. Con i piedi a terra mi sento vincolato. Ho cambiato tantissime case, questo viaggiare molto mi ha reso apolide», risponde Dario.

Com’è iniziato tutto questo?
Nicolò: «Ho cominciato a correre che avevo 1 5anni. Correvo in Formula, avevo iniziato il percorso per arrivare in Formula 1però non è facile salire di livello in quel mondo, serve anche un grande sforzo economico. Nel 2014 arriva la Nascar in Europa e siamo saltati sul treno. Parlo al plurale perché considero anche mio padre Marco parte del team, lui mi ha sempre seguito e non mi sento mai sentito solo. È il mio manager».

Dario: «Sono nato in Inghilterra. Ho preso moltissimi aerei di linea nella mia vita che si divideva tra Italia e Africa, a causa del lavoro dei miei genitori. Ho sempre cercato di volare il più possibile e ho chiesto di farlo tanto da diventare istruttiore. Ho insegnato volo acrobatico per molti anni full time, era il mio mestiere».

Ci spiega in parole semplici il suo sport?
Nicolò: «Corro su delle macchine stock car, di derivazione americane. Sono macchine da 450 cavalli e motori grossi, tutte uguali per dare vita a un campionato livellato, divertente. Non abbiamo tecnologie sulle macchine. Guidare non è facile, ma soddisfacente. Corro dal 2014 con una pausa nel 2017 e questa è la mia 4 stagione. Inizia a metà aprile e finisce a metà ottobre.

Dario: «Nella Red Bull Air Race si vola 400 km orari di media facendo delle evoluzioni e questo caratterizza il mio sport come il più veloce al mondo, ma soprattutto il più sollecitato fisicamente. Nel volo i G sono verticali, la cosa più difficile è allenare il corpo a non svenire quando il sangue smette di arrivare al tuo cervello. La media di sopportazione è intorno ai 6 G, noi ne raggiungiamo 12. È come se ti mettessi nel volo 70 kg in più sulla testa. 12 volte il peso della testa sul collo. Unico modo per allenarsi è volare, volare, volare».

Che tipo di pilota si considera?
Nicolò: «Un pilota mentale. Vi spiego. Ci sono diversi tipi di piloti, alcuni più portati al pensiero e all’aspetto mentale e altri all’istinto. Ci sono modi diversi di guidare e le varie inclinazioni si vedono nei momenti che possono essere decisivi. Fare un sorpasso o non farlo, combattere contro compagno di squadra o non farlo. Puoi essere più sensato o meno che può portare a risultati migliori.  Nello sport fare la cosa giusta non vuol dire arrivare a risultato migliore».

Dario: «Quando volo non penso a nient’altro, tutta la mia mente è concentrata sul volo. Ho sacrificato tutto solo per raggiungere quell’obiettivo. Giorno e notte, ogni cosa era in funzione di quello, in previsione di essere accettato nella categoria e nella competizione. Fino ad essere il primo e unico italiano in gara. Mi considero un pilota determinato, consapevole e focalizzato».

Cosa porta nella vita di tutti i giorni del suo essere un pilota?
Nicolò: «Mi aiuta a rimanere calmo in situazioni non proprio piacevoli, a ragionare sulle decisioni da prendere senza cedere all’impulso, soprattutto in un mondo così competitivo come quello della finanza. E vi assicuro che saper gareggiare aiuta molto nel mondo del lavoro. Ovviamente se fatto consapevolmente e in modo sano».

Dario: «Mi ha insegnato a diventare grande. Oggi ho famiglia, un bambino, essere fisso è diventata una priorità. La sensazione del volo è diversa, si è tramutata in passione pura per lo sport e più responsabile. E la passione è la mia compagna di vita, in ogni cosa».

Qual è il fuoco che le arde dentro per avere sempre questa adrenalina?
Nicolò: «Il ricordo di mia madre Mapi, che è mancata nel 2014 una delle donne più forti che abbia mai conosciuto. Anche mio padre era un pilota e e lo era negli anni ‘70 e ’80, quelli dove correre in auto era molto pericoloso. Lei lo ha sempre supportato e così ha fatto con me. Il 2015 è stato l’anno in cui ho lottato fino all’ultima, ho vinto quattro gare ed è stato il più positivo della mia carriera. La motivazione che mi ha dato è tantissima e la volgila di renderla fiera mi ha spinto e mi spinge ancora oggi».

Dario: «Il mio fuoco è la felicità. Che poi è la chiave della vita, come diceva la mamma di Jhon Lennon».

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